MUSICA E LA QUARANTENA SCOMPARE (O ALMENO SI ALLIETA)

Da quando ci è stato chiesto di rimanere in casa, molte sono state le lamentele e le “proteste” del settore dello spettacolo e della musica dal vivo: l’impossibilità di creare grandi assembramenti di persone e di uscire di casa è stato sicuramente un duro colpo per questa industria, ma purtroppo è stato altrettanto necessario.

Una volta superata la fase della rabbia, moltissime sono state le iniziative organizzate e promosse dagli attori dell’industria musicale per cercare di mantenere viva e attiva la scena della musica dal vivo anche in tempi di crisi come questi.

Oltre all’iniziativa di Rockol di cui ha parlato Serena qui, oggi vi voglio segnalare altre iniziative molto interessanti che potrebbero portare un po’ di sollievo e bella musica nelle vostre giornate.

DAILY BEAT di Giuliano Vozella

Ascolta qui la playlist Daily Beat

Giuliano Vozella è un chitarrista, produttore e cantautore che per affrontare la noia della quarantena ha iniziato il progetto Daily Beat.
Si tratta di una sfida, come lui stesso la definisce nel video di presentazione del progetto, con la quale invita tutti i suoi amici e i suoi followers ad inviargli un pattern ritmico o anche un semplice memo vocale registrato con il telefono per costruirgli la base dalla quale poi lui stesso svilupperà un beat. Questi beat verranno poi regalati a tutti e pubblicati in una playlist sulla sua pagina Soundcloud per fare in modo che chiunque possa usufruirne e usare il proprio tempo per provare a suonare su qualcosa di nuovo e di diverso.

STAY ON (AIR) di KeepOn Live

Stay On (Air) è un’iniziativa promossa dall’associazione di categoria Live Club e Festival italiani: è una staffetta di eventi in streaming che raccoglie moltissime personalità del mondo dello spettacolo attorno ad un unico palco virtuale.

L’iniziativa è partita il 16 Marzo e continuerà fino alla fine di questa situazione di emergenza e di isolamento.
Tutti i giorni sulle pagine Facebook e Instagram di KeepOn Live vengono raccolti sette canali che trasmettono in contemporanea contenuti diversi dalle 18:00 alle 22:00 e dalle 22:00 in poi si riuniscono in un canale unico dove continua la trasmissione.
Potete trovare il programma completo in costante aggiornamento qui.

A questa iniziativa hanno già partecipato artisti come Lodo Guenzi, Giovanni Truppi, Leo Gassman, Atlante e tantissimi altri…
Oltre a fornire dell’intrattenimento in queste giornate difficili, l’iniziativa ha anche come obiettivo quello di raccogliere fondi per ospedali, Enti, Protezione Civile, impegnati ad affrontare l’attuale emergenza sanitaria.

MUSICA CHE UNISCE

Musica che unisce è un evento ideato da Latarma Management srl e prodotto in collaborazione con RAI.
Si tratta di una staffetta musicale che si terrà Martedì 31 Marzo alle 20:35 e che ha come obiettivo sia quello di allietare il pubblico che quello di raccogliere fondi per la Protezione Civile.
Inoltre interverranno anche personalità del mondo dello sport, come Federica Pellegrini e Valentino Rossi, e grazie al Ministero della Salute verranno trasmesse informazioni chiare ed esaustive insieme a messaggi di approfondimento rispetto alla situazione attuale.

L’evento verrà trasmetto su Rai1, Rai Play, Radio2, sulla pagina Facebook e sul canale Youtube di Rai, su www.musicacheunisce.it e sui canali social del progetto (Instagram).
In questa staffetta si esibiranno con performace casalinghe artisti come Alessandra Amoroso, Brunori Sas, Calcutta, Cesare Cremonini, Diodato, Elisa, Fedez, Francesca Michielin, Francesco Gabbani, Gazzelle, Gianni Morandi, Levante, Ludovico Einaudi, Mahmood, Måneskin, Marco Mengoni, Negramaro, Riccardo Cocciante, Tiziano Ferro, Tommaso Paradiso e molti altri.

Spero che questi spunti siano interessanti e che possano rendere meno noiosa e solitaria la vostra quarantena.
Stay safe!

Giorgia

The day after #NewMusicFriday | Episodio 2

Buon sabato e buon secondo episodio di The day after #NewMusicFriday!

Sono sicura che tra le uscite di ieri abbiate già trovato qualcosa che vi ha rubato il cuore e che state ascoltando in loop da quel momento (per me è il nuovo album di The Weekend, in caso ve lo steste chiedendo), ma sono altrettanto sicura che non vediate l’ora di scoprire quali altri talenti vi siate persi.

Ecco quindi per voi qualche suggerimento:

  • Malibù, The Paper Flowers

“I testi personali e il sound electro pop dei The Paper Flowers vi faranno fluttuare. Con un accenno agli anni Ottanta e un’estetica synth-pop, lasciano spazio per pensare a tempi più semplici, completando il loro sound con lyrics rilassanti e sognanti. Questa band alt-indie è unica e interessante.”

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  • La città, Carthago

“Il pezzo ha come focus l’incomunicabilità. Nessuno potrà mai capirci veramente, chiunque esso sia, anche la persona che reputiamo più speciale. È impossibile che capisca quello che abbiamo nel profondo, ed è normale che sia così. Siamo persone diverse che tentano di avvicinarsi a persone simili per essere capiti un po’ più di prima. Non c’è un vero posto che possiamo chiamare casa, e più cerchiamo di avvicinarmi al prossimo, più quella distanza che si avverte diventa maggiore. Paradossalmente, stiamo più lontano con le persone più vicine, perché l’aspettativa ci fotte. 
Carthago è la città che rappresenta l’anima. Non c’è patria o luogo d’appartenenza sulla faccia della terra se non quello che siamo dentro, la nostra anima. Carthago è la città. Fa male, ma bisogna accettarlo. Bisogna essere tutti cittadini della propria anima, lontana dalle altre. Così forse potremmo accorciare le distanze con gli altri, che però è bene ricordare rimarranno sempre.”

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  • Obehi, Chris Obehi

Questo album è una testimonianza luminosa per il periodo storico attuale, la prima prova di un giovanissimo talento che è riuscito ad annullare con la propria musica distanze e confini e che sente come casa sua tanto l’Africa in cui è nato, quanto la Sicilia che lo ha accolto nel 2015. E proprio per stare vicino e dare un segnale di speranza ai fan e a tutti coloro che lo hanno supportato nei mesi scorsi nella campagna di crowdfunding su Produzioni dal Basso che ha consentito la realizzazione dell’album, Chris Obehi ha deciso di non rinviare l’uscita del disco a causa della pandemia.
Nove tracce in inglese, italiano, dialetto esan e siciliano tra brani originali e un omaggio a Rosa Balistreri.

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  • Rivoluzione, Cobram

“Rivoluzione è una canzone che parla di cambiamento, di come si possano cambiare le cose partendo da se stessi, sentendosi liberi di essere chi si è veramente e di inseguire la propria essenza.
La vera rivoluzione è guardare il mondo con i propri occhi, avere un’opinione e non avere paura di esprimerla.
La nostra rivoluzione è lasciarsi andare in una musica che ci faccia vibrare all’unisono e sentirci una cosa sola.”

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  • CUORE NERO, NDG

“CUORE NERO e ciò che sono diventato dopo un ultimo periodo difficile della mia vita.  Un periodo in cui mi sono sentito vuoto, in cui ho perso la spensieratezza che avevo prima e in cui è stato più complicato fidarsi delle persone o dimostrare affetto. Una sensazione oscura e persistente, queste emozioni negative mi segnalavano che avevo un problema da risolvere.
L’ho affrontato e ho deciso di guardare avanti, ora ne sto uscendo con po’ di coscienza in più sulle spalle e qualche “amico” in meno.
Un ringraziamento particolare va alla mia passione più grande, la musica, che da sempre mi ispira e che sarà sempre parte di me, e alle persone che mi vogliono bene: la mia famiglia, il mio team di lavoro e gli amici stretti che mi sono stati vicini nel momento del bisogno.
Spero che questo brano possa aiutare chi si trova nella mia stessa situazione e, perché no?, strappargli un sorriso”.

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Spero che queste tracce possano accompagnare il vostro weekend, nell’attesa di scoprire cosa ci riserverà la prossima settimana!

Giorgia

MasCara: un mondo di dettagli da scoprire (per chi ha la pazienza di farlo)

Anche in questo momento in cui non si sente parlare d’altro che di distanza, la musica ci ha dato un’occasione per sentirci più vicini.
Abbiamo fatto una chiacchierata virtuale con Lucantonio, il cantante dei MasCara, una band della provincia di Varese che rilascia oggi il singolo Motherboard.

Ciao Lucantonio, parlaci un po’ di te e dei MasCara:

“Ciao, mi chiamo appunto Lucantonio e sono il cantante, chitarrista e scrivo le lyrics di questa pazza, pazza, pazzerella band chiamata MasCara.
Oltre a me ci sono Claudio alla chitarra, Nhicolas alla batteria e Marco al basso. Originariamente eravamo in cinque ma per questo progetto abbiamo dovuto fare a meno del nostro tastierista Simone, che è appena diventato papà.

La band nasce nel 2007, dopo un momento di incubazione molto lungo dove abbiamo provato diverse soluzioni.
Il primo EP L’amore e la filosofia è nato a cavallo tra il 2009 e il 2010. Il primo disco vero e proprio invece l’abbiamo pubblicato nel 2012. Dopodiché c’è stato Lupi nel 2014 e adesso uscirà questo nuovo capitolo, anche se non abbiamo ancora una data precisa.”

Il vostro nome da dove nasce?

“Il nostro nome è la cosa più banale del mondo: c’era un testo dove appariva questa parola e Claudio ha pensato che potesse essere un ottimo nome da dare alla band, aggiunto al fatto che essendo tutti ragazzi chiamarci MasCara avrebbe fatto un effetto ancora più “strano”.
Per quanto riguarda la C maiuscola al centro della parola, è arrivata quando abbiamo scoperto che anche altre band avevano avuto la stessa brillante idea di chiamarsi in questo modo e quindi abbiamo dovuto iniziare a distinguerci. Con il tempo è diventata però il nostro riconoscimento visivo e ci ha dato la possibilità di creare l’illusione che in realtà il nome fosse composto da due parole. Le abbiamo dato un nuovo significato ogni volta che ci veniva chiesto il perchè della sua presenza e ci è sempre piaciuto poter trovare una storia migliore della precedente per dare delle spiegazioni.”

Il progetto a cui state lavorando al momento è molto ambizioso e sembra avere una storyline ben pensata alla base, vuoi parlarcene?

“Se penso alle volte in cui hanno descritto la nostra musica, è ricorrente la presenza di un filo conduttore in ogni album, anche se personalmente non mi piace parlare di concept perchè fa molto anni Settanta. Non è però del tutto falso dire che i nostri album abbiano un concept alla base anche se forse sarebbe più corretto dire che sono presenti dei temi quasi formativi che si incollano a un percorso musicale.
Rispetto ai lavori precedenti però, in quest’ultimo emerge anche una parentesi personale nonostante io prediliga l’universale al particolare: preferisco le cose che viaggiano per simboli e astrazioni perchè non ritengo sensato raccontare la mia vita di tutti i giorni passo dopo passo quando ci sono persone molto più brave di me a empatizzare con l’ascoltatore. A me manca sempre qualcosa in questo processo e molto spesso non sento nemmeno il bisogno di entrare in empatia con il racconto stesso ma posso farlo anche con un suono che viene utilizzato per raccontare una storia o con la sensazione umana in generale.
Per questo motivo, anche questa volta il disco ha alla base una sorta di concept che riguarda l’identità che ognuno di noi si sta costruendo vivendo la propria vita attaccato costantemente agli schermi e ai suggerimenti dovuti ai codici che sostengono tutto quello che usiamo, gli algoritmi per esempio. Il focus però non è sul racconto della mia vita quotidiana passata davanti allo schermo ma è su come questo mi fa stare in termini di identità: come divento nel momento in cui sono un avatar su Facebook, ma allo stesso tempo sono una persona che vive delle relazioni ma che ha Tinder e Instagram. Rifletto anche sull’utilità degli algoritmi: mi sono davvero d’aiuto o rischiano di farmi diventare calcolabile e incasellabile in una determinata categoria di persone?”

Da quando avete iniziato a fare musica avete da subito intrapreso la strada della sperimentazione: non avete mai pensato ad un percorso che vi portasse più verso il mainstream?

“Non ci siamo mai preclusi niente: per noi sperimentare può voler anche dire scrivere la canzone d’amore più semplice e banale del mondo ma se non mi viene e non ne sento il bisogno non lo faccio.
Nei nostri primi lavori in realtà aperture più melodiche e pop c’erano e ci posizionavano un po’ a metà strada; solo che poi il suono, i temi e i testi urgevano di una sorta di ragionamento in più. Forse persino la ricchezza di suono rende difficile la nostra categorizzazione perchè gli arrangiamenti sono corposi, orchestrati… c’è sempre uno strato in più di cui si potrebbe fare a meno se la volontà fosse quella di essere easy da ascoltare.
Anche le cose che ci piacciono seguono questa strada, i The Nationals ad esempio, e sono ricche di cose belle. In Italia invece molto spesso bisogna asciugare perchè la voce deve fare da padrona e non devono esserci distrazioni.”

Hai citato i The Nationals come alcune delle cose che vi piacciono, altre?

“Ce ne sono diverse e in realtà cambiano in base al momento.
Per farti alcuni nomi, principalmente per quanto riguarda me e Claudio ti direi: Radiohead, Bon Iver, Thundercat, Demon Albarn, Luke Cave, Childish Gambino…”

Se domani vi proponessero di suonare ad un festival qualsiasi, con chi dividereste il palco?

“Se dovessi pensare al panorama internazionale, The Nationals e Bon Iver sarebbero la cosa più bella che potrebbe capitarci.
In termini nazionali invece direi Giovanni Truppi, Non voglio che Clara, Edda
Mi accorgo molto spesso che preferisco dividere il palco con realtà simili alla nostra, con un lessico affine. È vero, non saranno nomi freschissimi ma rispecchiano quel filone della musica Italiana che personalmente mi manca molto: in Italia abbiamo rinunciato a quel modo di scrivere un po’ più approfondito, ma non in termini di intellettualismo fine a sé stesso. Si sente la mancanza di persone che si occupino di ciò che succede nelle fantasie delle persone , che le facciano riflettere e che chiedano “ma oltre a questo marasma, ti accorgi di essere al mondo?”

Sarò banale ma vorrei sapere come vivi questa situazione di emergenza Coronavirus da artista:

“Vivo in in un limbo in cui mi dico: “se faccio qualcosa lo sto facendo veramente perchè voglio trasmettere qualcosa agli altri o sto semplicemente sfruttando la situazione senza un genuino interesse alla base?”. Se veramente lo faccio per qualcuno, lo faccio senza dovermi giustificare. Se invece non ho voglia o devo pensare a cosa fare significa già che è meno onesto e che quindi sto sbagliando.
La vivo quindi un po’ a mezz’aria, giorno per giorno come viene cercando di mettere in campo più onestà possibile.”

Come ultima cosa ti chiederei di parlarci di Motherboard, il singolo in uscita oggi:

“Quello che ascolti è quasi una coscienza altra che parla anche a te in maniera ricorsiva, infatti il brano ha una struttura molto semplice.
Motherboard è come una Madre Terra digitale che parla a tutti i tuoi strumenti digitali per cercare di farti ritornare una persona, per farti ricordare che oltre al computer e alle memorie esterne e ai segmenti di codice che definiscono tutto quello che fai, alla fine dei conti sei umano e questo tuo essere non può ridursi alla somma di interazioni che hai con gli altri.
Motherbord va capita a seconda di come risuona dentro di te.
È una canzone diretta, pienissima e non penso vada contro a tutto ciò che abbiamo sempre dimostrato.”

I MasCara su Spotify

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Giorgia

The day after #NewMusicFriday | Episodio 1

Lo sappiamo tutti ormai: il venerdì è il giorno della musica nuova.
Questo generalmente perchè il venerdì è anche il giorno in cui i servizi di streaming aggiornano le loro playlist e perchè le classifiche Billboard fanno riferimento alle vendite avvenute tra il venerdì e il giovedì successivo. Tenendo conto di questi fattori, le case discografiche si sono fatte furbe e hanno deciso di spostare il giorno di release dal tradizionale martedì al quinto giorno della settimana.

Ma questo cambio è stato un bene per tutti?

Per i grandi artisti è cambiato poco perchè avendo già un pubblico di riferimento ampio e consolidato non fa molta differenza se il nuovo singolo viene rilasciato di martedì o di venerdì.
Facendo alcune ricerche per saziare la mia curiosità personale però, mi sono imbattuta in questo articolo di Funweek dove ho letto le seguenti parole:

“Il venerdì è un giorno affollato per le uscite discografiche e questo per i piccoli artisti indipendenti può essere un problema, perchè finiscono schiacciati fra nomi importanti ed ingombranti della musica. Per questo la musica più indie, viene pubblicata anche in altri giorni, lontani dal venerdì e dal clamore delle uscite delle multinazionali discografiche“.

Da qui nasce l’idea di The day after #NewMusicFriday: una rubrica interamente dedicata alle nuove uscite di artisti emergenti, indipendenti o meno che siano e indipendentemente dal giorno di uscita.

A partire da oggi, ogni sabato verrà pubblicato qui sul blog un articolo dove saranno raccolte tali nuove uscite con l’obiettivo di dare visibilità anche ai piccoli nuovi artisti che cercano di farsi strada nell’industria discografica, un po’ come noi di Music Distress cerchiamo di farci strada nel mondo dei blog e del giornalismo musicale.

Senza ulteriori indugi quindi, ecco a voi le nuove uscite dopo il #NewMusicFriday di ieri 13 marzo 2020:

  • Odore di Zoizi in rotazione radiofonica

«Ho scritto questa canzone per raccontare e confermare a me stesso quanto sia stato semplice ritrovarmi come persona attraverso una sensazione quasi un po’ banale come l’odore della borsa di un’amica. Ho voluto citare qualche storia di una generazione, quella nata come me nel 90′, forse l’ultima a sognare in grande in un mondo ancora “vecchio” e privo di questa esagerata e improvvisa modernità che un po’ ci soffoca. Sicuramente non eravamo migliori dei “nuovi giovani” ma l’abbiamo vissuto con un romanticismo che oggi stenta un po’ ad uscire».

Ascoltala qui
Zoizi sui social: Facebook , Instagram

  • SALVAGENTE, MILANO SHANGHAI

“SALVAGENTE è un’ impressione, scritta di getto in poche ore, in una notte di qualche anno fa. Il brano riassume una realtà che viviamo spesso a cavallo tra le cose vere e quelle astratte, vagando tra castelli d’aria tangibili e strade deserte della città.”

Ascoltala qui
MILANO SHANGHAI sui social: Facebook , Instagram

  • Soul Tracks vol.1, Max Rumiano Project

“Soul Tracks vol.1” nasce dall’esigenza del tastierista piemontese Massimo Rumiano di consolidare e sviluppare varie tracce di beat making che altrimenti sarebbero state perse nell’universo digitale. Da un attento ascolto dei pilastri della Black Music come Robert Glasper ed Erykah Badu, passando dalla scena underground di Los Angeles tra Moonchild, J3PO e Nick Semrad e spulciando nel sottobosco Chillhop/LoFi prendono vita i sette brani dell’album”

Ascolta qui.
Max Rumiano Project sui social: Facebook

Sei un artista e vuoi far conoscere il tuo progetto? Non esitare a scriverci!
Trovi tutti i nostri riferimenti nella sezione contatti.

Alla prossima settimana!

Giorgia

La sindrome del giorno dopo| Recensione EP

La sindrome del giorno dopo, il nuovo EP di Tota, non poteva capitare in un momento storico più azzeccato.

“La sindrome del giorno dopo credo sia letteralmente la paura del giorno seguente, una paura che si condensa in modo estremamente potente durante la notte. […] La notte è l’unico momento in cui il tempo si ferma, rimane immobile fino all’arrivo del sonno“.
Lo stesso Tommaso definisce con queste parole il suo disco e se ci fermiamo un attimo a riflettere, possiamo trovare un’analogia con la situazione in cui ci troviamo in questo momento: paura, incertezza e immobilità sono le padrone delle nostre giornate.

L’EP è composto da cinque brani che raccontano cinque storie diverse, le quali però prendono e accompagnano l’ascoltatore in un unico viaggio attraverso i propri pensieri, che finiscono per combaciare con quelli dell’artista.

Con questo sound rilassato e rilassante, fatto principalmente di batteria riverberata, chitarre elettrica e acustica e un leggero basso, Tota è la colonna sonora perfetta per queste serate di isolamento e solitudine, dove anche noi come lui finiamo spesso per arrenderci ai nostri pensieri più profondi.

I brani si intersecano perfettamente l’uno con l’altro creando un susseguirsi armonico di suoni ed emozioni che lascia spazio a due possibilità: farsi trasportare dalle storie di Tommaso o perdersi nel flusso delle proprie.

Per chi non fosse già familiare con la sua figura artistica: Tota è il nome d’arte di Tommaso Tota, nato a Orvieto e trasferitosi prima a Bologna e poi a Milano.
Esordisce nel 2017 con Cielocasa e inizia a farsi strada nel mondo del live aprendo i concerti di Gazzelle, Carl Brave, Franco126 e Galeffi.
A settembre 2018 esce il singolo Oggi non mi importa niente che precede insieme ad altri due estratti l’album Senzacera, il suo primo album in studio con l’etichetta Grifo Dischi.

L’EP La sindrome del giorno dopo è disponibile dal 6 marzo su tutte le piattaforme di streaming e mette in evidenza un forte cambio estetico da parte dell’artista.
Tutti i brani sono stati scritti e composti da Tommaso Tota e prodotti da Filippo Slaviero, che ha curato anche mix e master.

Potete ascoltare l’EP completo qui e dedicarvi venti minuti di sana e tranquilla immersione nei vostri più intimi pensieri, o semplicemente ascoltare rassicurante voce di Tota.

Giorgia

FILAGOSTO FESTIVAL 2019 | RECENSIONE

La scorsa settimana si è concluso il Filagosto Festival: sei giorni di musica in un paesino della provincia di Bergamo.

Per chi come me ha vissuto gran parte della propria vita in provincia, sa benissimo quanto questo tipo di eventi siano importanti per la vita sociale dei piccoli paesi: è quasi esclusivamente grazie a loro se d’estate la noia non ci distrugge prendendo definitivamente il sopravvento!

Il Filagosto è un festival interamente organizzato e gestito da volontari, ragazzi giovani accomunati dalla passione per la musica che nel 2003 hanno deciso di collaborare per creare qualcosa di davvero speciale. L’edizione di quest’anno è stata la prima in una nuova location e potremmo considerare questo spostamento come un’evoluzione, una crescita personale dello stesso festival e di coloro che lo organizzano: un altro obiettivo raggiunto insomma. Dico un altro perchè nel corso degli anni il Filagosto è stato un crescendo continuo, sia per il numero di partecipanti, che per le band ospitate e per il successo riscosso.

La Line-up degli headliner di quest’anno era composta da: Fast Animals and Slow Kids (che vengono da Perugia), Coma Cose, Busy Signal, Ministri, Giorgio Poi e Metal for Emergency, una serata benefica all’insegna della musica metal.

Mossa dai miei gusti personali, ho partecipato alla prima, quarta e quinta serata del festival.

Come vi avevo già anticipato nell’articolo-recensione del MiAmi Festival i FASK mi avevano fatta innamorare, motivo per cui non potevo assolutamente perdermeli. Questi ragazzi hanno sempre una carica incredibile e quella sera erano molto emozionati dal fatto di suonare al Filagosto: il festival li ospita da quasi 10 anni ed è stato molto importante per la loro carriera. In onore di questa relazione duratura, la band ha deciso di suonare un pezzo che non si sentiva live da molto tempo: Canzone per un abete parte II.

La nuova sorpresa di questo festival per me invece sono stati i Ministri. Non conoscevo la band prima di vederla quella sera live ma ne sono rimasta ugualmente molto colpita. Anche loro come i Fast Animals sono dei veterani del Filagosto e hanno più volte sottolineato la loro gratitudine verso questo festival e i volontari che lo organizzano. Mi sono piaciuti molto e anche non potendo partecipare attivamente al concerto non conoscendo i testi, mi sono divertita e anche questa volta sono tornata a casa con una nuova band da apprezzare.

Quella stessa sera c’è stata anche un’apparizione a sorpresa da parte di Riccardo Zanotti, il frontman dei Pinguini Tattici Nucleari che, dopo i Ministri, ha fatto un piccolo live acustico molto intimo ed emozionate sul secondo palco del festival. È stato invitato a cantare con lui anche Nelson, frontman dei Rovere, e i due hanno duettato sul singolo di punta della band Bolognese TADB, al quale hanno lavorato insieme.

Il Filagosto ha rappresentato fino ad ora la parte più interessante ed emozionante della mia estate senza vacanze e mi ha ricordato che a volte vivere in provincia non fa così schifo, soprattutto quando ci sono persone che organizzano eventi come questo in posti che per te sono raggiungibili in bicicletta.

Al prossimo anno Filagosto!

ARTLAB 19 | MILANO

Il 27 e il 28 giugno 2019, al BASE di Milano, ArtLab ha organizzato una serie di incontri e conferenze in ambito culturale dai temi più vari: dalla tecnologia alla sostenibilità, dalle startup ai programmi europei. 

Noi di MusicDistress, per ovvie ragioni, abbiamo partecipato all’incontro dal titolo Music Innovation. Feeding Future Business tenutosi la mattina del 28 giugno.

L’incontro è stato organizzato in uno degli spazi più recenti della struttura del BASE ed è stato presentato e moderato da Dino Lupelli, direttore generale del Linecheck Festival che si terrà a Milano dal 19 al 24 Novembre 2019. Subito dopo una breve presentazione di quelle che sono state fino ad oggi le fasi dell’industria musicale, Lupelli ha introdotto il nuovo concetto di Music Industry 4.0: una visione futuristica ma per niente lontana di quello che sarà l’industria della musica nei prossimi anni. Lupelli prevede la creazione di una “vertically integrated industry”, nella quale il fenomeno del cross-over tra la musica e altre attività (come il turismo ad esempio) sarà sempre più preponderante. 

Sempre parlando di ciò che sarà l’industria musicale nel futuro, sono intervenuti anche Oriol Pastor, direttore del MIRA Festival di Barcellona e Turo Pekari da Helsinki, Senior Advisor, Innovation and Discovery di Teosto. I due hanno esposto le loro visioni di quella che è la situazione dell’industria musicale oggi e di come secondo loro si evolveranno le cose in una decina d’anni. La loro conclusione è stata che ci si sposterà sempre di più in un campo dominato dal cambio culturale come motore dell’evoluzione tecnologica e verso una situazione di democratizzazione della musica: uno scenario nel quale secondo Turomusic belongs to everyone“. 

In seguito, per dare un’idea concreta di ciò che sarà il futuro, quattro startup hanno presentato i loro progetti.

La prima startup a presentare il proprio progetto è Nuwa.

I ragazzi di Nuwa hanno sviluppato un software per la produzione di musica chiamato Tile, che sarà lanciato nel 2020. Tile è un cloud tool che permette di produrre musica in collaborazione con altre persone. Grazie appunto alla sua natura cloud è in grado di tenere traccia di tutti i cambiamenti e le modifiche apportate al progetto, rendendo in questo modo la modifica e il ripristino di eventuali bozze precedenti molto più semplice e immediato, nonché disponibile ovunque e in qualsiasi momento. Secondo le loro previsioni nel 2021 il software subirà un cambiamento, passando da single mode a community mode per arrivare poi al 2025 dove Tile sarà in grado di raggiungere tutta la community della music industry.

La seconda startup ha presentato il progetto di MuSa, un software specifico per imparare a suonare uno strumento musicale. Il software è stato pensato sia per computer che per mobile, principalmente per i bambini dai 6 ai 10 anni o per chiunque voglia imparare a suonare uno strumento da zero. MuSa è innovativo rispetto agli altri software di questo tipo già presenti sul mercato perché fonde la dimensione del learning con quella del gaming. Per utilizzare MuSa infatti, ci sarà bisogno di posizionare il dispositivo vicino allo strumento musicale fisico e una volta avviato il software si aprirà un mondo magico all’interno del quale per muoversi e superare gli ostacoli sarà necessario suonare la nota giusta sullo strumento vero e proprio. La verifica sarà possibile grazie a un sistema di live feedback e grazie alle basi teoriche e di insegnamento inserite nel programma dagli insegnati di musica che stanno collaborando al progetto.

La terza startup è aNote Music: il primo Stock Market europeo per le royalties musicali. L’obiettivo principale di questo progetto è quello di creare un collegamento più diretto tra il mondo degli investitori e l’industria musicale. Si vuole introdurre un nuovo modo di gestire i diritti musicali, rendendoli merce di scambio al fine di ottenere denaro da utilizzare per finanziare i propri progetti futuri.

L’ultima startup a presentare il suo progetto è Intorno Labs che si occupa di musica immersiva realizzata con tecnologia 3D. Per farci capire meglio di cosa si trattasse, Ludovico Vignaga, ci ha portati ne La Capsula, una musicROOM con pareti di vetro installata all’interno dello spazio in cui si è tenuto l’incontro. La stanza è rettangolare con al suo interno una serie di casse posizionate in diverse parti e in diversi modi all’interno dello spazio. Ludovico ha spiegato che tale disposizione non è standard, ma ogni spazio prevede un posizionamento delle casse diverso e pensato su misura. 

Successivamente, Ludovico ci ha mostrato un software attraverso il quale è possibile manipolare il suono decidendo quale percorso dovrà seguire. Una volta stabilito questo sul computer, il suono fuoriesce dalle casse seguendo tale percorso e creando intorno all’ascoltatore una situazione di completa immersione nella musica e nello spazio. Il suono può essere gestito per fare in modo che venga percepito in diversi modi: solo a destra, solo a sinistra, che gira intorno, che arriva dall’alto…

Ludovico ha poi spiegato che questa tecnologia è già stata utilizzata in diverse situazioni, sia all’interno di festival sia per installazioni sonore. Il futuro è l’utilizzo di tale tecnologia per concerti e all’interno di club, per creare un modo totalmente nuovo di percepire la musica. Lupelli ha anche sottolineato come questo tipo di tecnologia si potrebbe rivelare molto utile per chi organizza eventi poiché aiuterebbe a risolvere il problema dell’impatto acustico, riducendolo, e permetterebbe di creare situazioni all’interno dei club nelle quali è possibile ascoltare la musica ma anche chiacchierare e socializzare, una combinazione ad oggi non così scontata.

Noi personalmente siamo rimaste molto colpite da tutte queste idee e non vediamo l’ora di assistere e fare parte del futuro dell’industria musicale.

Giorgia

PASHMAK: EVOLUZIONE E SPERIMENTAZIONE

I Pashmak sono una band milanese composta da (da sinistra a destra) Antonio Polidoro, Giuliano Pascoe, Martin Nicastro e Damon Arabsolgar.

Siamo state nello studio di Antonio e abbiamo fatto un’interessante chiacchierata con Giuliano, tra un sorso di Coca Cola e l’altro.

Ciao Giuliano, parlaci di voi: chi sono i Pashmak?

I Pashmak si sono conosciuti al liceo classico Carducci di Milano. La formazione che vedete oggi non è quella originale: all’inizio, circa una decina di anni fa, eravamo solo io e Damon insieme a Stefano Grasso alla batteria e Stefano Fiori alla chitarra e dopo qualche anno si è aggiunto anche Martin. È arrivato poi un momento in cui eravamo in cerca di un batterista e quindi Antonio è entrato a fare parte del gruppo, registrando anche i nostri primi dischi.

Io personalmente all’interno della band ho svolto un percorso sempre in divenire: all’inizio ero il chitarrista; poi ho iniziato a suonare il basso e successivamente il sintetizzatore; successivamente ho iniziato a fare musica al computer e ora dal vivo suono le tastiere. Nel gruppo però al momento il mio ruolo è quello della produzione.

Fino ad ora siamo sempre stati indipendenti su tutti i fronti ma con l’ultimo disco siamo stati contattati da Manita Dischi: erano molto interessati al progetto e ci hanno offerto la spinta per scriverlo e pubblicarlo per la loro etichetta.

Da dove nasce il nome Pashmak?

Pashmak è una parola iraniana: significa “come la lana” e tra le tante cose è anche un tipo di zucchero filato fatto a mano. Durante delle prove in cantina a casa di Damon suo padre, che è iraniano, ce ne ha portato un po’ da assaggiare e abbiamo pensato che poteva essere un bel nome per la band. Ci piace il fatto che sia una cosa delicatissima fatta a mano che si può sciogliere da un momento all’altro

Fino ad ora avete pubblicato due album e un EP. So che è un po’ come chiedere se volete più bene a mamma o a papà ma: a quale lavoro siete più affezionati?

Abbiamo sempre avuto un approccio dinamico ai nostri lavori: ci piace sperimentare e ci piace il cambiamento.

Ora come ora sono personalmente molto legato all’ultimo disco perchè lavorarci ha rappresentato una vera e propria esperienza personale e perchè è stato il primo lavoro fatto nel nuovo studio. Però anche Indigo EP ha rappresentato un bel cambiamento nel modo di lavorare: è nato in camera mia quando stavo ancora dai miei prima di avere lo studio e tutto quando ed è stato il primo lavoro con un approccio consapevolmente professionale sia nella scrittura che nella produzione. Il primo album invece è stato il grande esperimento di partenza che comunque ha dato i suoi frutti

Hai detto che vi piace sperimentare e a mio parere il video di Harp ne è la prova: come vi è venuta l’idea?

L’idea in realtà è di Laura Samani, una regista di Trieste. Laura si è innamorata del progetto e ha voluto provare a farci un video. Era una sperimentazione anche per lei perchè non aveva mai girato un video musicale. Abbiamo fatto una sessione di brainstorming a partire da una sua idea e da lì è nato il concept per la storia che si vede nel video: una situazione molto adolescenziale, un rapporto molto stretto tra due ragazzi che mette in evidenza le zone grigie di quell’età.

La vostra musica vi ha dato la possibilità di viaggiare molto: raccontaci qualcosa sui tour che avete fatto fino ad ora.

Fino ad ora abbiamo sempre fatto tour all’estero perchè per una serie di motivi non siamo mai riusciti a girare molto in Italia. Con il primo tour siamo stati in Germania, a Berlino e Lipsia. L’anno dopo ci siamo allargati in tutta Europa con circa 15 date nelle principali capitali europee (Parigi, Londra, Praga, Cracovia, Amsterdam…)

Dopo queste date siamo entrati in contatto con un’agenzia che ci ha dato un aggancio per poter suonare anche nei Balcani: siamo stati in Kossovo, in Macedonia, posti davvero interessanti nei quali nessuno avrebbe mai pensato di suonare. Sempre grazie a questa agenzia abbiamo avuto la possibilità di suonare anche in Russia: abbiamo fatto un tour invernale di due settimane con circa 15 date anche in questo caso.

Il clima era abbastanza rigido (abbiamo toccato anche i -11gradi) e noi eravamo senza macchina e con gli strumenti a carico, per cui il treno era la nostra unica opzione per poterci spostare.  Uno dei viaggi più lunghi è stato quello da Saratov a Ekaterinburg: 45 ore consecutive con fermate sporadiche di 10 minuti circa ogni 10 ore. Il lato positivo è stato che per lo meno siamo potuti stare al caldo nelle nostre cuccette. Inoltre questo viaggio ci è stato molto d’aiuto per il fatto che la sera prima della partenza, Antonio si è lussato il ginocchio ballando nel pub dove avevamo appena finito di suonare. Il dottore gli aveva ordinato due giorni di totale riposo a letto e quindi l’essere tutti bloccati su un treno per 45 ore alla fine si è rivelato utile e ci ha permesso di portare a casa il tour.

Preferisci suonare nei club o nei festival?

Questa è una bella domanda! 

Da un punto di vista un po’ “nerd-tecnico” ti direi nei club: suonare in un ambiente chiuso con un’ acustica controllata e un bell’impianto mi piace tantissimo. Durante l’estate però i festival sono il massimo: la scorsa estate abbiamo suonato in Serbia in un festival in montagna alla base di un impianto sciistico con tutta la gente sulla collina, è stato stupendo. Un altro festival che ci è piaciuto molto è stato il BAUM Festival a Bologna. Potremmo dire che sono due cose che si completano, sono stagionali: i club  per l’inverno e i festival per l’estate.

Vo siete una band italiana che canta in inglese, come mai questa scelta?

Come tanti della nostra generazione, l’inglese è sempre stato il nostro punto di riferimento perchè abbiamo sempre ascoltato musica internazionale in inglese, per cui esprimerci in questa lingua ci viene più naturale. Soprattutto Damon che scrive tutti i testi ritiene più facile esprimersi in una lingue diversa ed è più soddisfatto del risultato.

Sappiamo bene che in Italia c’è molto ostracismo nei confronti delle band che cantano in inglese. Probabilmente noi abbiamo scelto anche il periodo storico sbagliato per fare questa scelta: l’abbiamo fatto nel momento in cui si è sviluppato quello che oggi è l’italpop, quell’indie con un’attitudine pop che sta andando fortissimo. Molti amici musicisti ci dicevano che avremmo dovuto fare cose in italiano perché è la lingua madre e perché in questo modo è più facile comunicare. Noi però siamo sempre stati dell’idea che se si inizia una cosa la si porta avanti con convinzione e siccome abbiamo iniziato cantando in inglese siamo rimasti su quella strada. Ritengo sia un po’ provinciale da parte dell’Italia cantare solo in italiano perché in questo modo si finisce a fare solo musica per l’Italia senza possibilità di allargarsi altrove.

Se non aveste cantato in inglese quindi, credi che non avreste mai avuto la possibilità di viaggiare così tanto come avete fatto fino ad oggi?

No, non sarebbe stato possibile. A parte in Russia forse perchè lì hanno una fissa incredibile per gli italiani: conoscono tutte le canzoni di Toto Cutugno, Celentano, Albano, anche i giovani. Ci facevano le feste ovunque, anche se di italiano tradizionale la nostra musica ha poco. Durante i nostri tour poi, abbiamo sempre suonato davanti a pubblico locale: non ci sarebbe piaciuto andare a Berlino, Londra o chissà dove per suonare davanti a italiani.

Nella presentazione con la quale hai aperto l’intervista hai detto che oltre a suonare nei Pashmak tu sei anche produttore, anche gli altri membri portano avanti progetti paralleli?

Lavoriamo tutti nella musica.

Antonio ha uno studio di registrazione dove produce dischi.

Io ho uno studio da Antonio e come lui produco.

Martin è un violinista diplomato al conservatorio e insegna violino. Ha anche un altro progetto parallelo che si chiama Clio & Maurice. È un progetto molto interessante basato su violino e voce. È in arrivo il disco.

Anche Damon segue altri progetti: scrive musica come primo impiego e ha un gruppo che si chiama Mombao che ha già pubblicato un EP, Emigrafe. Anche questo è un progetto molto interessante basato su sintetizzatori e batteria. Dal vivo realizzano uno show prevalentemente improvvisato e molto teatrale che prende ispirazione dal teatro giapponese: sono molto intensi.

Come gestite tutti i vostri progetti personali e la band?

Andiamo a periodi alterni, poi dipende da situazione a situazione. Per fare il disco, ad esempio, avevamo messo tutti delle cose in pausa per dedicarci al cento per cento solo a quello.

E ora cosa avete in programma?

Abbiamo ancora delle date a Roma e a Marina di Romea quest’estate, poi vedremo. Ora finiamo il tour e siamo concentrati su questo.

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Giorgia

ATLANTE: ALTERNATIVE ROCK ED EMOZIONI DA “ASSAPORARE LENTAMENTE”

Abbiamo fatto una bellissima chiacchierata con Claudio, Andrea e Stefano, in arte Atlante, una giovane band Torinese che fa musica con l’obiettivo principale di crescere costantemente e divertirsi.

Ciao ragazzi, parlateci di voi: chi siete, cosa fate, cosa suonate…

Innanzi tutto grazie per l’intervista, è un piacere poter rispondere alle vostre domande!

Noi Atlante siamo un trio che viene da Torino composto da Claudio alla chitarra e voce, Andrea al basso e cori e Stefano alla batteria e cori. Alla domanda “cosa suonate?” è difficile rispondere: in generale puntiamo a riprodurre sonorità viscerali che possano dare sfogo a più emozioni possibili sul palco, in sala prove e in studio. Potremmo dire che suoniamo alternative rock se proprio deve essere messa un’etichetta, ma la nostra musica, sopratutto quella nuova ancora in gestazione, sta prendendo molti risvolti differenti. Quindi chissà… ora è rock, in futuro si vedrà! L’importante è continuare a sudare entro il primo brano della scaletta, se no non ci divertiamo. 

Nel 2016 siete usciti su Youtube con il vostro primo singolo DICIANNOVE, cosa c’era prima di questo?

Prima di Diciannove semplicemente non c’era niente: è nato tutto dalla voglia di Claudio di arrangiare con qualcuno una manciata di brani scritti in Inghilterra durante un’estate oltremare. Ci siamo incontrati in sala prove e abbiamo alzato il volume, inizialmente con strumenti non nostri ma prestati da fratelli e amici. Dopo qualche prova ci siamo detti “Bene, forse è ora di registrare un brano il più economicamente possibile, buttarlo su internet e vedere cosa succede”. Ed ecco Diciannove sul Tubo. 

Quali sono i vostri modelli musicali di riferimento? Cercate di riprodurre alcune loro caratteristiche nelle vostre produzioni o cercate di sviluppare un sound e un’identità totalmente originali?

Sicuramente i Biffy Clyro sono stata la ragione per cui sono nati gli Atlante e sono spesso d’ispirazione sia in fase compositiva che in fase di registrazione. Ci piace l’attitudine che hanno sul palco, la grinta, le idee ritmiche e melodiche. Poi in realtà abbiamo diversi riferimenti che vanno dagli Arcane Roots ai Verdena, passando attraverso i Nadàr Solo e Niccolò Fabi, principalmente per quanto riguarda i testi. Nel corso del tempo però mutano gusti e attitudini: tutt’ora stanno cambiando molti aspetti della nostra musica e non ci piace rimanere inchiodati ad un’ idea.
Spesso andiamo insieme ai concerti e questo è di grande aiuto per alimentare l’ispirazione e l’alchimia del gruppo. 

A gennaio è uscito il vostro ultimo album, Un’entropia di immagini e pensieri, raccontateci un po’ come è nato e come è stato registrarlo. 

L’intero album è nato principalmente in sala prove da idee portate da Claudio e sviluppate successivamente tutti insieme. In studio poi abbiamo dedicato del tempo per completare gli arrangiamenti con altri musicisti e rendere il sound del disco il più completo possibile.
Si tratta di un disco che si rispecchia molto nel titolo, essendo esso stesso nato da un puzzle di idee, melodie istintive e stimoli musicali molto eterogenei. 

I testi delle canzoni trattano di temi molto diversi, alcuni più intimi e personali, altri più eterei e metaforici. Non c’è stato nessun concept nella composizione dei brani, né un filo logico preciso: semplicemente ogni canzone prendeva una strada a sé stante in sala prove. Insomma, un’entropia in tutto e per tutto.

I locali di Torino e di varie parti dell’Italia ormai vi ospitano da un po’ di anni, qual è la cosa che vi emoziona di più quando suonate live? 

Quando suoniamo live per noi è bello sentirci un gruppo, guardarci bene negli occhi prima di iniziare e poi via, ci si rincontra a lavoro finito. E’ sempre magico il tempo passato sul palco, anche quando il live va male o quando non c’è proprio un palco. Troviamo che sia un reale confronto con sé stessi e con gli altri, che davanti ci siano dieci persone o cento. 

Nell’ultimo anno, suonando più frequentemente fuori casa, abbiamo avuto anche la possibilità di conoscere persone bellissime che credono nella musica e che ce la mettono tutta, pur non suonando direttamente. È una cosa che ci affascina e ci dà la voglia di continuare a macinare chilometri. È un ambiente vivo, pieno di contatti umani. Per poter portare a casa una bella emozione, suonare non è l’unica cosa che conta quando si viaggia, anche il contesto è molto importante.

Dove vi vedete a suonare un giorno? Qual è il vostro obiettivo in fatto di venues?

Veramente non sapremmo, vogliamo tutti puntare al percorso e non alla meta. Senza fraintendimenti: vorremmo crescere per portare la nostra musica a più orecchie possibili, ma non è l’obbiettivo principale di chi suona per il gusto di farlo. Ci poniamo frequentemente il compito di creare qualcosa che ci piaccia e per cui valga le pena spendere tutto il tempo e la fatica di cui ha bisogno un progetto musicale come il nostro. Andiamo avanti a piccoli passi, è così da tre anni e ci piace. Assaporiamo tutto molto lentamente

E per quanto riguarda la discografia? Avete già qualcosa in programma che potete anticiparci?

Dopo l’uscita dell’ultimo album abbiamo avuto un momento di stallo che a tratti ha gravato non poco sull’autostima di alcuni di noi. Crediamo fosse dovuto principalmente alla paura di ripetersi e di non riuscire a superarsi. Quello è il momento in cui staccare, viaggiare, leggere, scoprire, pensare e poi riprendere in mano gli strumenti. Ora c’è del materiale molto interessante su cui stiamo lavorando, siamo soddisfatti della strada che stanno prendendo i nuovi brani. Obbiettivo principale: crescere, sempre.

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MALPELA: TRA IRONIA E FUMETTI

Abbiamo incontrato Gloria Mazzilli, in arte Malpela: una ragazza che canta, scrive ma non si definisce cantautrice. Ci ha parlato un po’ di lei; del suo progetto discografico Ernia al Disco al quale sta lavorando con Romina Dimo, Giulia Guareschi e Pietro Ubaldi e del progetto riguardante il merchandise sviluppato con Cristina Francesca.  

Ciao Gloria, parlaci un po’ di te

Mi chiamo Gloria Mazzilli e ho 24 anni. Vengo da Bareggio, un paesino in provincia di Milano immerso nel verde. Al momento sto frequentando un master in Editoria e produzione musicale a Milano.

Da quanto suoni? Perchè hai iniziato?

A 9 anni ho seguito per un anno un corso di chitarra ma mi sono stancata velocemente, così ho smesso. A 16 anni mia sorella mi ha regalato un ukulele e da lì ho ricominciato a suonare, facendomi tornare la voglia di riprendere in mano anche la chitarra. A 17 anni ho quindi ricominciato a strimpellare per conto mio senza seguire nessun corso, infatti non suono benissimo ma quello che mi basta per scrivere le canzoni.

Da dove nasce il nome d’arte Malpela?

Malpela deriva ovviamente dal Rosso Malpelo di Verga. Inizialmente nasce come uno scherzo: un’amica mi dice che su Instagram sarebbe carino se mi chiamassi Rossa Malpela, per via dei miei capelli rossi. Da qui la gente ha iniziato a chiamarmi in questo modo e siccome la cosa non mi dispiaceva ho deciso di farne il mio nome d’arte, anche perché è molto identificativo. Con Malpelo sento di avere in comune il fatto di essere venduti come cattivi, ma non esserlo veramente.

Puoi anticiparci qualcosa del nuovo album? 

Il nuovo album sarà un’ EP di 6 pezzi e si chiamerà Ernia al Disco per tre motivi:

Il primo è che ho effettivamente un’ernia al disco.

Il secondo è che questo problema fisico a mio parere potrebbe essere metaforicamente anche una patologia dell’ambiente musicale, un difetto che io personalmente ho riscontrato in questo ambito.

L’ultimo motivo è che Ernia al Disco è il titolo di una mia canzone, l’unica che non parla d’amore ma è appunto una sorta di critica all’ambiente musicale. Questa canzone non ci sarà nel disco ma volevo comunque fosse presente e quindi l’ho scelta come titolo dell’EP.

Lo stile che caratterizza tutto il lavoro è ricco di ironia e sarcasmo, le armi di cui mi avvalgo per raccontare quelle situazioni sentimentali che alla mia età sono difficili da spiegare ma anche e soprattutto per riderci sopra e non prendere la vita troppo seriamente.

Qualche indizio più specifico sulle canzoni?

Per quanto riguarda le canzoni vi posso dare tre anticipazioni:

La prima si intitola Murphy e parla delle sfortune che hanno caratterizzato il mio segno nel 2017, quello dei gemelli. L’ho scritta a partire da una riflessione: non mi sembrava possibile che solo io fossi così sfortunata e quindi in questa canzone do la colpa a qualcun altro. Un aneddoto divertente che riguarda Murphy è che è una canzone scritta sotto la doccia: avevo già l’armonia e la melodia della chitarra ma non riuscivo ad incastrarci il testo. Poi sotto la doccia ho iniziato a canticchiare e sono dovuta uscire mezza bagnata per scrivere l’idea su un foglio.

La seconda canzone si intitola Pattume ed è la prima effettivamente sensata che ho scritto. É nata nel 2017 in modo abbastanza strano: all’inizio avevo solo una strofa e il ritornello e poi un annetto fa le mie chitarriste Romina e Giulia mi hanno suggerito di scrivere anche la seconda parte. Parla della fine di una storia d’amore dove io paragono il mio corpo all’immondizia e raccomando l’altra persona di fare attenzione alla raccolta differenziata, indicandole dove buttare ogni parte di me. 

La terza canzone è Non finisco mai nien, canzone in cui è come se le mie due personalità si parlassero e una rimproverasse l’altra per il fatto che non riesce mai a finire niente. Allo stesso tempo l’altra personalità vuole impegnarsi a fare qualcosa per aiutare la prima personalità. È dedicata a me stessa ma volendo si può estendere anche a una terza persona.

Dove ti vedi tra 5 anni?

Spero di lavorare nella musica ma non vorrei mai che la mia velleità di scrivere canzoni diventi il mio lavoro. Non voglio diventare famosa, mi interessa parlare. Voglio lavorare nella musica ma dietro le quinte e continuare a coltivare questo mio hobby di scrittura.

Cosa significa la musica per te?

La musica per me è divertimento ed è per questo non scrivo mai testi tristi, lo faccio perché mi devo divertire.

Artisti di riferimento e che ti piacciono?

Gli artisti in cui mi rivedo di più in termini di stile di scrittura sono Margherita Vicario, cantautrice romana e attrice, e Galeffi. Mi piacciono molto anche Calcutta e Gazzelle. Invece, una canzone che quando l’ho sentita ho detto “questa avrei dovuto scriverla io” è Buona sfortuna de Lo stato sociale: si rifà molto al mio genere con il suo parlare di una cosa tristissima ma in modo divertente.

Descrivi il disco in 3 parole

Acustico, divertente, leggero.

Parlaci del progetto di merchandise che hai già sviluppato intorno al disco

Io e la mia amica illustratrice Cristina Francesca, abbiamo deciso di lavorare al disco insieme: io scrivo le canzoni insieme a Giulia, Romina e Pietro e Cristina si dedica alla parte delle illustrazioni, facendo di me un personaggio quasi fumettistico, buffo e da non prendere sul serio. Il filo conduttore del disco sono quindi io come personaggio e un filo vero e proprio che rappresenta l’amore.

Da questa idea è nato anche il merchandise che abbiamo deciso di vendere prima del disco sia per questioni tempistiche sia per iniziare a fare affezionare le persone alla mia immagine. Abbiamo realizzato delle magliette, delle spille e degli adesivi. 

I soldi ricavati dal merch mi permetteranno concretamente di realizzare il disco, insieme a quelli ricavati da un bellissimo regalo che mi hanno fatto i miei amici per la laurea: mi hanno regalato un barattolo chiamato per il tuo disco nel quale ognuno di loro ha contribuito come poteva. Questo barattolo già esisteva in casa mia e gli amici che entravano potevano mettere il loro contributo, che molto spesso erano caramelle. 

Da quel momento è nata l’idea vera e propria di fare un disco: prima era solo un “sì magari tra qualche anno lo farò” e invece ora sta arrivando!

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Giorgia