JOO | Intervista

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Come vi avevamo anticipato in questo articolo, oggi vogliamo presentarvi Giulia Spallino in arte JOO.

Vi abbiamo “portato” al suo live a UAU Il Festival e oggi la conosciamo meglio attraverso questa intervista:

Ciao Giulia, intanto grazie ancora per la tua disponibilità. Parlaci un po’ di te e della tua carriera ad oggi

Ho 35 anni e nella vita non sono mai stata ferma: ho cominciato a cantare molto tardi, intorno ai 20 anni, e da lì mi sono dedicata alla musica in diversi ambiti. Dal canto all’organizzazione di eventi, alla parte più tecnica (gestivo un negozio di musica e un service audio/luci) e tutt’ora gestisco insieme a mio marito il circolo Arci Ink Club a Bergamo.
In attivo ho un EP prodotto dai Mamakass (Coma Cose), primo esperimento di pezzi inediti, e un secondo prodotto da Bonnot (Assalti Frontali). Due anni fa ho cominciato a collaborare con Federico Laini dopo uno stop musicale di circa due anni in cui mi ero presa una pausa dalle canzoni e dallo scrivere.
Con Federico si è creato da subito un rapporto sincero e onesto: il suo modo di approcciarsi alla musica mi ha permesso di sentirmi a mio agio e di tirare fuori tutto quello che poi ho scritto. Sono veramente importanti le persone con cui decidi di collaborare: possono influenzare parecchio il risultato e soprattutto il viaggio che fai per arrivarci.

Che cosa ti ha ispirata a intraprendere la strada dello spettacolo e dell’intrattenimento?

Sono stata circondata da musica fin da piccola grazie alla mia famiglia.
Nonostante sia figlia d’arte (mio padre e mio zio facevano parte de Le Piccole Ore), in adolescenza ero restìa al mondo dello spettacolo e a tutto quello che ci orbitava intorno. Col tempo, mi ci sono avvicinata: ho avuto delle esperienze orribili purtroppo e altre molto belle e intense per fortuna.
Ho cercato di imparare da tutto questo e a portarmi a casa solo il meglio: anche se spesso è veramente complicato, ne vale la pena.

Come ti fa sentire  tornare a esibirti live dopo tutti questi mesi?

E’ una sensazione bellissima e quasi liberatoria. Ogni volta che torno su un palco è come se fosse la prima volta: sento ancora quell’ansietta bella che ti fa sbattere il piede. É rassicurante come sensazione perché vuol dire che ancora ci tengo.

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JOO è questo spazio che Giulia si è creata per provare a fare una sintesi di quello che è, se ho capito bene. Dove ti  sta portando questo progetto? Come ti sta cambiando?

Mi sta aiutando a dedicarmi spazio, a dedicarmi tempo, a dare valore a quello che mi piace e a ciò che mi fa stare bene.
Non ti è mai capitato di fermarti, in mezzo a una giornata, e chiederti “ma cosa sto facendo?”. Ecco, a me è capitato e ho cominciato a farmi domande su cosa stavo facendo e soprattutto per chi e lì ho deciso di creare JOO e di dare spazio alle mie scelte. Sembra scontato ma molte volte si sottovaluta il potere che abbiamo verso noi stessi.

DAY ONE è il tuo EP appena pubblicato: come mai hai scelto la strada del visual EP? Da dove arriva l’ispirazione per questo progetto?

Era da tanto tempo che volevo unire questi due mondi (musica e immagini) ma non ho mai trovato qualcuno che mi aiutasse ad approfondire certi aspetti. Martina (la ragazza che mi segue dall’inizio, dalle foto alla pagina Instagram fino al Visual EP) è stata una boccata di aria freschissima. Abbiamo cercato di tradurre in immagini e colori quello che cantavo, abbiamo coinvolto tante persone (alcune molto vicine a me, cosa che ha avuto un senso molto profondo) che si sono divertite a essere truccate e vestite ad hoc, sentendosi bellissime e libere. E’ stata un’esperienza incredibile: faticosissima ma intensa. Il primo Visual album che mi ha fatto spalancare la bocca e dire “lo voglio fare anche io!” è (ovviamente) Lemonade di Beyoncé. Per contenuti, arrangiamento e fotografia penso sia un mezzo capolavoro: tutti dovrebbero vederlo.

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Quali sensazioni, colori, emozioni leghi a questo lavoro?

Ci vedo tanta compassione, tanta tenerezza, un po’ di rabbia e tanto amore. Una palette che passa dal viola al blu fino al bianco.

Ti va di parlarci della te del passato e di come sta andando questo voler mettere ordine in te stessa e nella sua musica? Ti sei ritrovata? Dai brani sembra che tu sia arrivata alla conclusione che l’unica cosa da fare sia accettare che fondamentalmente siamo una fusione incomprensibile anche a noi stessi, che dobbiamo ascoltarci, dobbiamo darci tempo e lasciarci spazio

Fusione incomprensibile, proprio così. Ovviamente non sono arrivata ad accettarmi, a capirmi fino in fondo (chissà se qualcuno ci riesce)… ma ho fatto un passettino.

Su Youtube parli di “emancipazione e della santificazione dell’essere (donna)”: che percorso c’è dietro questa consapevolezza? Come si arriva a quel punto? Te lo chiedo sia per curiosità che per eventualmente dare una risposta a quelle ragazze e a quelle donne, me in primis, che stanno ancora cercando di capirlo.

Da quando sono nata sono sempre stata affascinata dalle figure femminili che mi circondavano: la figura femminile è così imponente, nasconde tante sfaccettature, tante sfumature. Siamo complesse, piene di crepe ed è questo il nostro bello. Attraversiamo tante fasi nella nostra vita nelle quali veniamo sottoposta a diverse pressioni e violenze (verbali, fisiche, mentali) ed è un dato di fatto che gli uomini non hanno mai attraversato certe esperienze e quindi sono molto lontani nella percezione diretta di ciò.
Ammetterlo a noi stesse, perdonarci, quasi come a concederci di essere, è essenziale per ricreare uno spazio reale e tutto nostro. E’ un percorso molto lungo che comprende anche un dialogo sincero con le figure maschili, condizionati a loro volta da secoli di “ruoli prestabiliti”.
Insomma, il discorso è molto lungo … per me, era importante “santificare” l’essere donna per darle il valore che merita, senza rabbia o senza puntare il dito contro qualcuno ma lavorando su di sé.

Infine, stai lavorando a qualcosa di nuovo? Cosa ti piacerebbe esplorare o tirare fuori?

Sto lavorando su un po’ di brani nuovi, anche in italiano, lingua che ho ho usato pochissimo. Chissà che non tiri fuori un DAY TWO così dal nulla 😉

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Ascolta e guarda DAY ONE qui

Giorgia

MasCara: un mondo di dettagli da scoprire (per chi ha la pazienza di farlo)

Anche in questo momento in cui non si sente parlare d’altro che di distanza, la musica ci ha dato un’occasione per sentirci più vicini.
Abbiamo fatto una chiacchierata virtuale con Lucantonio, il cantante dei MasCara, una band della provincia di Varese che rilascia oggi il singolo Motherboard.

Ciao Lucantonio, parlaci un po’ di te e dei MasCara:

“Ciao, mi chiamo appunto Lucantonio e sono il cantante, chitarrista e scrivo le lyrics di questa pazza, pazza, pazzerella band chiamata MasCara.
Oltre a me ci sono Claudio alla chitarra, Nhicolas alla batteria e Marco al basso. Originariamente eravamo in cinque ma per questo progetto abbiamo dovuto fare a meno del nostro tastierista Simone, che è appena diventato papà.

La band nasce nel 2007, dopo un momento di incubazione molto lungo dove abbiamo provato diverse soluzioni.
Il primo EP L’amore e la filosofia è nato a cavallo tra il 2009 e il 2010. Il primo disco vero e proprio invece l’abbiamo pubblicato nel 2012. Dopodiché c’è stato Lupi nel 2014 e adesso uscirà questo nuovo capitolo, anche se non abbiamo ancora una data precisa.”

Il vostro nome da dove nasce?

“Il nostro nome è la cosa più banale del mondo: c’era un testo dove appariva questa parola e Claudio ha pensato che potesse essere un ottimo nome da dare alla band, aggiunto al fatto che essendo tutti ragazzi chiamarci MasCara avrebbe fatto un effetto ancora più “strano”.
Per quanto riguarda la C maiuscola al centro della parola, è arrivata quando abbiamo scoperto che anche altre band avevano avuto la stessa brillante idea di chiamarsi in questo modo e quindi abbiamo dovuto iniziare a distinguerci. Con il tempo è diventata però il nostro riconoscimento visivo e ci ha dato la possibilità di creare l’illusione che in realtà il nome fosse composto da due parole. Le abbiamo dato un nuovo significato ogni volta che ci veniva chiesto il perchè della sua presenza e ci è sempre piaciuto poter trovare una storia migliore della precedente per dare delle spiegazioni.”

Il progetto a cui state lavorando al momento è molto ambizioso e sembra avere una storyline ben pensata alla base, vuoi parlarcene?

“Se penso alle volte in cui hanno descritto la nostra musica, è ricorrente la presenza di un filo conduttore in ogni album, anche se personalmente non mi piace parlare di concept perchè fa molto anni Settanta. Non è però del tutto falso dire che i nostri album abbiano un concept alla base anche se forse sarebbe più corretto dire che sono presenti dei temi quasi formativi che si incollano a un percorso musicale.
Rispetto ai lavori precedenti però, in quest’ultimo emerge anche una parentesi personale nonostante io prediliga l’universale al particolare: preferisco le cose che viaggiano per simboli e astrazioni perchè non ritengo sensato raccontare la mia vita di tutti i giorni passo dopo passo quando ci sono persone molto più brave di me a empatizzare con l’ascoltatore. A me manca sempre qualcosa in questo processo e molto spesso non sento nemmeno il bisogno di entrare in empatia con il racconto stesso ma posso farlo anche con un suono che viene utilizzato per raccontare una storia o con la sensazione umana in generale.
Per questo motivo, anche questa volta il disco ha alla base una sorta di concept che riguarda l’identità che ognuno di noi si sta costruendo vivendo la propria vita attaccato costantemente agli schermi e ai suggerimenti dovuti ai codici che sostengono tutto quello che usiamo, gli algoritmi per esempio. Il focus però non è sul racconto della mia vita quotidiana passata davanti allo schermo ma è su come questo mi fa stare in termini di identità: come divento nel momento in cui sono un avatar su Facebook, ma allo stesso tempo sono una persona che vive delle relazioni ma che ha Tinder e Instagram. Rifletto anche sull’utilità degli algoritmi: mi sono davvero d’aiuto o rischiano di farmi diventare calcolabile e incasellabile in una determinata categoria di persone?”

Da quando avete iniziato a fare musica avete da subito intrapreso la strada della sperimentazione: non avete mai pensato ad un percorso che vi portasse più verso il mainstream?

“Non ci siamo mai preclusi niente: per noi sperimentare può voler anche dire scrivere la canzone d’amore più semplice e banale del mondo ma se non mi viene e non ne sento il bisogno non lo faccio.
Nei nostri primi lavori in realtà aperture più melodiche e pop c’erano e ci posizionavano un po’ a metà strada; solo che poi il suono, i temi e i testi urgevano di una sorta di ragionamento in più. Forse persino la ricchezza di suono rende difficile la nostra categorizzazione perchè gli arrangiamenti sono corposi, orchestrati… c’è sempre uno strato in più di cui si potrebbe fare a meno se la volontà fosse quella di essere easy da ascoltare.
Anche le cose che ci piacciono seguono questa strada, i The Nationals ad esempio, e sono ricche di cose belle. In Italia invece molto spesso bisogna asciugare perchè la voce deve fare da padrona e non devono esserci distrazioni.”

Hai citato i The Nationals come alcune delle cose che vi piacciono, altre?

“Ce ne sono diverse e in realtà cambiano in base al momento.
Per farti alcuni nomi, principalmente per quanto riguarda me e Claudio ti direi: Radiohead, Bon Iver, Thundercat, Demon Albarn, Luke Cave, Childish Gambino…”

Se domani vi proponessero di suonare ad un festival qualsiasi, con chi dividereste il palco?

“Se dovessi pensare al panorama internazionale, The Nationals e Bon Iver sarebbero la cosa più bella che potrebbe capitarci.
In termini nazionali invece direi Giovanni Truppi, Non voglio che Clara, Edda
Mi accorgo molto spesso che preferisco dividere il palco con realtà simili alla nostra, con un lessico affine. È vero, non saranno nomi freschissimi ma rispecchiano quel filone della musica Italiana che personalmente mi manca molto: in Italia abbiamo rinunciato a quel modo di scrivere un po’ più approfondito, ma non in termini di intellettualismo fine a sé stesso. Si sente la mancanza di persone che si occupino di ciò che succede nelle fantasie delle persone , che le facciano riflettere e che chiedano “ma oltre a questo marasma, ti accorgi di essere al mondo?”

Sarò banale ma vorrei sapere come vivi questa situazione di emergenza Coronavirus da artista:

“Vivo in in un limbo in cui mi dico: “se faccio qualcosa lo sto facendo veramente perchè voglio trasmettere qualcosa agli altri o sto semplicemente sfruttando la situazione senza un genuino interesse alla base?”. Se veramente lo faccio per qualcuno, lo faccio senza dovermi giustificare. Se invece non ho voglia o devo pensare a cosa fare significa già che è meno onesto e che quindi sto sbagliando.
La vivo quindi un po’ a mezz’aria, giorno per giorno come viene cercando di mettere in campo più onestà possibile.”

Come ultima cosa ti chiederei di parlarci di Motherboard, il singolo in uscita oggi:

“Quello che ascolti è quasi una coscienza altra che parla anche a te in maniera ricorsiva, infatti il brano ha una struttura molto semplice.
Motherboard è come una Madre Terra digitale che parla a tutti i tuoi strumenti digitali per cercare di farti ritornare una persona, per farti ricordare che oltre al computer e alle memorie esterne e ai segmenti di codice che definiscono tutto quello che fai, alla fine dei conti sei umano e questo tuo essere non può ridursi alla somma di interazioni che hai con gli altri.
Motherbord va capita a seconda di come risuona dentro di te.
È una canzone diretta, pienissima e non penso vada contro a tutto ciò che abbiamo sempre dimostrato.”

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Giorgia

KAOS INDIA LIVE – VIDEO INTERVISTA

Tempo fa vi avevamo parlato di una band modenese, i KAOS INDIA, e lo scorso sabato 22 giugno siamo andate a Sassuolo, al Rometta Music Festival, per sentirli suonare dal vivo e scambiarci quattro chiacchiere così da farveli conoscere meglio.

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Crediti foto: Serena Casella

Non ci resta che augurarvi buona visione e buona lettura per chi fosse troppo pigro da aprire il video! 😉

Presentatevi.

FrancescoQuattro stronzi: i KAOS INDIA.

Com’è nato il nome KAOS INDIA?

MattiaKAOS viene un po’ dalla nostra visione di gruppo musicale: noi siamo prima di tutto amici, quattro persone che vogliono vivere il caos di questo mondo, caos che può essere anche positivo da cui possono nascere cose positive e di cui non bisogna avere paura. INDIA, invece, è il nome di un ostello che si trova tuttora a New Orleans in cui io mi fermai tanti anni fa, un viaggio in cui mi trovavo da solo. Viaggio che feci per crescere come essere umano e questa tappa in particolare fu quella che mi permise di iniziare a vivere positivamente il viaggio che stavo affrontando. Abbiamo deciso di utilizzare questo nome come buon auspicio.

Da quanto è che siete amici?

Siamo amici da una vita, già da prima di formare la band. Ognuno di noi aveva già altri progetti e ad un certo punto c’è stato un momento che ha dato vita a tutto: la laurea del chitarrista, di Francesco. Abbiamo fatto una jam session, alimentata da gin tonic e birrette, in un sotterraneo di un palazzo a Modena e in quel momento lì sono nati i KAOS INDIA.

Voi siete completamente fuori da quello che è l’indie italiano (se così si può chiamare) che va tanto di moda adesso. Cosa ne pensate di questa ondata di musica italiana e di quelle band che si distaccano da essa per non farsi etichettare?

È sicuramente una cosa positiva perché ha portato molti giovani ai concerti, tanta gente adesso scopre nuove band e vanno ai concerti. Noi siamo fuori e diciamo che ce ne siamo un po’ fatti una ragione. Ci sono molte copie, molti artisti che si sono lanciati in quel genere solo per poterne cavalcare l’onda. Unica cosa: secondo noi dovrebbe esserci più spazio per tutti. In questo momento nella musica italiana c’è molta esclusività ed è un atteggiamento sbagliato. Detto questo noi ascoltiamo molte band italiane e le rispettiamo.

Uno di questi artisti che vi piace particolarmente?

Vincenzo: nell’it-pop io dico Calcutta e Thegiornalisti.

Francesco: Motta.

Artisti internazionali a cui siete legati?

Arctic Monkeys, Kings of Leon, Oasis

All’estero come andate?

Molto bene! Abbiamo fatto delle date nell’est Europa (Serbia, Slovacchia, Polonia…) e ci siamo divertiti davvero molto.

Come nasce la vostra musica?

Noi suoniamo tantissimo in sala prove, facciamo tantissime prove in cui suoniamo insieme e cerchiamo di buttare giù nuove idee. Da lì poi nascono le strutture dei pezzi e spesso è Francesco che arriva in sala con delle idee nuove, poi ci sediamo insieme e buttiamo giù delle bozze di testo. In generale siamo molto precisi e lavoriamo tutti e quattro per tantissimo tempo su ogni brano.

Quanto ci avete messo a realizzare l’ultimo disco, Wave?

Un paio d’anni. Tra scrittura, registrazione e trovare un partner per farlo uscire. Quasi un anno solo per trovare il contatto con Universal per poi farlo uscire ed è stato davvero difficile.

Canzone dell’album a cui siete più legati?

Vincenzo: È dura perché va molto a momenti e personalità.

Mattia: Io sicuramente sono molto legato ad Half perché fa parte di quell’irrequietezza non solo del musicista, ma dell’animo umano, a quella ossessione e ricerca di una parte di noi stessi.

Modena cosa rappresenta per voi?

A Modena nasce tutto. È la città che amiamo, che alcune volte ci ha fatto anche soffrire, ma è sempre la nostra casa e in qualche modo anche la nebbia ha plasmato la nostra musica. È la nostra croce e la nostra delizia. È quel posto che quando sei adolescente ti sta stretto e poi dopo crescendo la rivaluti e inevitabilmente la ami.

Vincenzo:Io sono nato a Foggia, ma Modena la sento mia, ci sono tante cose e tante persone che mi fanno sentire a casa. È quasi un riparo.

Avete già iniziato a scrivere altro o siete fermi al momento?

Abbiamo già scritto metà album.

Tour?

Abbiamo diverse date, tra cui il Pistoia Blues domenica 7 luglio 2019 che è la più importante.

 

Serena

 

IL RITORNO DEI LOST | INTERVISTA ALLA BAND VICENTINA

Con l’uscita del nuovo singolo e del loro ritorno sulla scena musicale abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con la band che ha segnato la nostra adolescenza e siamo davvero contente del risultato e di ciò che ci hanno raccontato.

Non ci resta che augurarvi una buona lettura!

Crediti foto: LOST – Ufficio Stampa

Per cominciare: come vi presentereste a quella generazione che non vi conosce e che non è cresciuta guardando TRL?

Personalmente non mi è mai piaciuto dovermi presentare, forse perchè ho sempre avuto paura di non essere obiettivo. Preferisco lasciare che sia la nostra musica a parlare per noi, per ciò che siamo stati e ciò che rappresentiamo ora.

Cosa vi ha spinti a tornare sulle scene dopo quasi 10 anni dal vostro ultimo disco?

Quando inizi un cammino come quello dei Lost, difficilmente riesci a restarci lontano. Ogni giorno pensi a tutto quello che ti ha dato e dove potrebbe portarti ancora. Senti che nella tua vita manca qualcosa che fino a poco prima era l’essenza delle tue giornate. Credo che, in maniera inconsapevole, io e i ragazzi sapevamo già che un giorno le nostre strade si sarebbero incrociate di nuovo. Il palco non ha mai smesso di chiamarci.

Il 2009 per voi, come per band come i Finley o i Dari, è stato forse il periodo di massimo successo: cosa vi manca di più di quegli anni?

In quel periodo, per il genere musicale che amavo e suonavo, la scena italiana e internazionale era nel massimo splendore e progrediva sugli stessi binari. Il web era un’alternativa e non una cosa essenziale nella vita di tutti. La musica non aveva una scadenza di qualche settimana e i video musicali li aspettavi e te li godevi ancora in Tv. Ora tutto è più veloce, ci sono troppi social e il pubblico è sparso nella giungla di internet e c’è il rischio di affezionarsi meno alle cose.

Come è cambiata l’industria discografica per un artista rispetto a quando avete debuttato con il primo disco?

Sicuramente il web ha stravolto l’intero ecosistema sui cui si basava l’industria discografica. Da un lato ha dato molte più possibilità ai giovani artisti di emergere e farsi notare ma dall’altro lato c’è molta più competizione. Il mercato porta la musica a dover essere consumata molto più velocemente e l’artista non può più permettersi il lusso di far aspettare il proprio pubblico per troppo tempo come capitava prima.

 

Una canzone buona, il vostro nuovo singolo, racconta di una generazione segnata dalle paure e dalle ambizioni. Quali sono le vostre?

La nostra generazione si trova di fronte ad un futuro incerto, con tanti quesiti e poco tempo per trovare delle risposte. Abbiamo paure che nascondiamo dietro a dei post fingendo un sorriso posato, incalzati dal raggiungere la vita perfetta mostrata dall’influencer di turno. Sembra una gara a chi ha di più e nel frattempo dobbiamo fare i conti anche con un pianeta che sta chiedendo aiuto e noi che facciamo ancora troppo poco per salvarlo.

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Crediti foto: LOST – Instagram

Com’è nata la canzone? Qualche aneddoto speciale?

Dopo che abbiamo deciso di rimettere in piedi il progetto, abbiamo iniziato a scrivere molto materiale, ma più scrivevamo e più non eravamo convinti di ciò che avevamo tra le mani. Poi una sera, senza cercarla, è nata nella mia testa la melodia di “Una canzone buona” e nel giro di un paio di giorni era pronta. Una canzone che rispecchia ciò che siamo ora.

Un aneddoto speciale? Abbiamo deciso di far uscire il singolo lo stesso giorno in cui uscì nel 2009 “Sospeso”, il nostro secondo disco.

Sono cambiati i vostri riferimenti musicali negli anni oppure no?

I nostri gusti musicali sono sempre in continua evoluzione ed è una fortuna perchè questo ci permette di scrivere musica senza vincoli.

Avete un nuovo disco in cantiere?

Al momento nessun disco, ma tanto materiale tra le mani. Perciò non vediamo l’ora di far uscire nuova musica al più presto.

Cosa vi aspettate dal futuro?

Il nostro obiettivo è portare in giro il nostro show, la nostra musica, portare alla gente la dimensione che più amiamo ovvero quella dei live.

Per finire: ci raccontate un ricordo speciale degli anni di MTV che avete come band?

Vincere un premio agli Mtv Europe Music Awards è stato un momento che se ci ripenso ancora non mi sembra vero. Ritrovarsi a Berlino seduti a fianco di Dave Grohl e poi prendere l’ascensore insieme a Katy perry non è una cosa che ti capita tutti i giorni.

 

 

Serena, Alessia, Giorgia

I Segreti: Intervista alla nuova promessa dell’It-Pop

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Crediti foto: Jacopo Barattieri

Oggi vogliamo parlarvi dei Segreti, una band pop italiana nata a Parma nel 2013 e formata da Angelo Zanoletti, Emanuele Santona e Filippo Organini. Li abbiamo intervistati per farveli conoscere meglio ed ecco com’è andata!

Descrivetevi in tre parole alle persone che ancora non vi conoscono.  

Molto semplice: siamo bravissimi, incredibili e simpatici…

Come sono nate la band e il disco? 

Siamo nati nel 2013 con il nome “I Segreti di Charlotte”, nel corso degli anni e dopo vari cambi di formazione siamo arrivati ad avere quella attuale insieme a sei canzoni pronte per essere registrate. Inizialmente doveva essere addirittura un EP di prova, anche perché non avevamo mai lavorato in uno studio di registrazione. Poi successivamente ci siamo convinti di fare un vero e proprio disco aggiungendo altri due brani (“Come un cane e “Sofia”) In quel periodo abbiamo deciso di salutare definitivamente Charlotte rimanendo più semplicemente “ I Segreti”. 

Come mai avete scelto il nome I Segreti per la vostra band? 

L’abbiamo scelto perché credevamo potesse dare il giusto sfondo alle canzoni che facciamo. Secondo noi poteva creare il canale giusto per ascoltare meglio quello che abbiamo da dire.

Quando avete deciso che questo era ciò che volevate fare realmente nella vostra vita? 

In realtà è sempre stata una non scelta, dal momento in cui le cose le fai con naturalezza e spontaneità c’è poco da scegliere diciamo… Abbiamo iniziato e continuiamo semplicemente a fare ciò che ci piace (sperando di non aver sbagliato strada ovviamente). 

Il vostro primo EP si chiama I Segreti di Charlotte, come mai avete scelto proprio il nome Charlotte? 

L’abbiamo scelta semplicemente perché ci piaceva, se non ricordiamo male abbiamo scelto il nome appena uscita “Charlotte” dell’ “Officina della camomilla”. Il concetto dei Segreti e il senso del nome era già presente, dovevamo solo cercare un nome che ci piacesse e ci appartenesse.

Voi siete di Parma, ma nel vostro album c’è una canzone su Bologna: che rapporto avete con quest’ultima? 

Bologna è una città che amiamo molto, ognuno di noi ci ha vissuto qualcosa di diverso e per questo l’abbiamo scelta come ambientazione per questa storia d’amore, è una città che regala sempre tanto e chiede poco.

Quali sono i vostri riferimenti musicali? 

Ovviamente essendo un gruppo ognuno ha i suoi: diciamo che i nostri principali riferimenti sono sicuramente  De Gregori, Vasco e i The Beatles, poi ne potremmo scrivere altri mille.

Voi usate tantissimo Instagram, com’è il vostro rapporto con i social? 

I social sicuramente sono un’arma importante da usare ai giorni nostri, sono diventati il canale di comunicazione principale per rapportarsi col pubblico. Detto questo noi non ci sentiamo esagerati nell’usarli, ci teniamo molto di più a vivere la realtà dei concerti, conoscere le persone che ci seguono e trasmettere il più possibile le nostre emozioni sul palco. Che sia molto difficile stare fuori dai social è sicuramente vero però in fin dei conti sappiamo a cosa dare importanza.

È prevista l’uscita di un nuovo singolo tratto da Qualunque Cosa Sia?

Chissà… Su questo non ci pronunciamo…

Come sta andando il tour? Avete progetti dopo la fine dei live? 

Il tour sta andando molto bene, siamo molto contenti delle persone che stiamo conoscendo e che si spostano per venire ai nostri concerti. Questo aspetto crediamo sia qualcosa di impagabile. Una volta finite le date oltre a dormire, ci saranno sicuramente delle sorprese ma rispettando il nostro nome, non diremo quali…

Serena Alessia

Giulia Martinelli: Intervista alla giovane cantautrice meranese

Oggi vi parliamo di un’amica, Giulia Martinelli, giovane cantautrice meranese che abbiamo avuto piacere di conoscere durante il nostro percorso universitario. Il suo nuovo singolo, Backup Plan, è il frutto di una collaborazione con il chitarrista, arrangiatore e produttore Mattia Mariotti. In occasione dell’uscita del singolo e del video, abbiamo voluto intervistarla per conoscere qualcosa in più su di lei e sulla sua musica, ma, soprattutto, per farla conoscere anche a voi!

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Crediti foto: Giulia Martinelli – Facebook

Buona lettura!

Quando hai deciso di iniziare a farti strada nel mondo della musica?

Non c’è stato un momento particolare in cui ho capito di volere fare questo nella vita.
Ho sempre amato cantare e la musica in generale, non penso che sia passato un solo giorno in cui la musica non abbia fatto da colonna sonora della mia vita. Intorno ai 16 anni, però, ho ripreso in mano una chitarra che avevo a casa e che non suonavo da anni, e, senza nemmeno rendermene conto, mi sono ritrovata a cantare canzoni che non erano di nessuno, che mi veniva spontaneo cantare: erano canzoni mie. Da lì non ho più smesso, anzi, ho capito che scrivere e cantare le mie canzoni era il mio modo di esprimere me stessa. Avevo finalmente trovato la mia forma di comunicazione.
Inizialmente ho tenuto queste mie canzoni per me, erano un po’ il mio “diario segreto”. Poi ho iniziato a suonarle davanti alla mia famiglia, ai miei amici, alla mia insegnante di canto, e più lo facevo e più stavo bene. Mi sono, infatti, da subito resa conto che era come se avessi finalmente trovato il modo di liberarmi del vulcano di emozioni che ho sempre avuto dentro, e allo stesso tempo cantare le mie canzoni mi permetteva di donare un pezzo di me, della mia storia, del mio cuore a persone che potevano capire e identificarsi a loro volta in quelle emozioni. Niente mi rende felice quanto scrivere e cantare le mie canzoni, per questo ho deciso di darmi una chance in questo mondo e di provare a perseguire questa carriera. Non pretendo di diventare la nuova Taylor Swift (che, come voi due sapete molto bene, adoro alla follia), vorrei solamente trovare il modo di fare ogni giorno ciò che più amo fare, musica.

Da dove trai ispirazione per le tue canzoni?

L’ispirazione può venire da ovunque e in qualsiasi momento, da un’esperienza vissuta in prima persona o da esperienze indirette che però mi hanno particolarmente colpita, da un viaggio, da un sogno, da un’emozione provata in passato ma mai espressa… Comunque l’ispirazione viene sicuramente da delle emozioni forti che sento di dovere in qualche modo capire meglio, processare.

I luoghi che ti circondano tutti i giorni ti hanno aiutata nella scrittura e nella composizione?

Sicuramente. Per quello colgo ogni occasione per spostarmi, viaggiare, perché la maggior parte delle volte cambiare la mia routine e le mie abitudini è un modo per fare un viaggio anche dentro di me, un viaggio che mi aiuta a scoprire altri lati di me e a smuovere nuove sensazioni da cui trarre ispirazione per nuove canzoni.

Come mai hai deciso di non utilizzare l’italiano come lingua per le tue canzoni?

Sinceramente credo che le ragioni siano principalmente due. Innanzitutto, fin da piccola ho sempre ascoltato molta musica in lingua inglese, da Elisa ad Amy Winehouse, da Michael Bublè a Norah Jones, e gli artisti da cui ancora oggi traggo maggiore ispirazione sono soprattutto americani (Taylor Swift, Kina Grannis, Meghan Trainor, Ariana Grande, Maroon 5…). Inoltre, il mio obiettivo è quello di fare arrivare la mia musica a più persone possibili, e quindi l’inglese è un po’ una scelta obbligata in questo senso. Adoro, però, la lingua italiana, e mi sono ripromessa di impegnarmi in futuro a scrivere qualche canzone in italiano!

Chi sono i tuoi punti di riferimento musicali?

I miei punti di riferimento sono molto vari, ma provengono principalmente dal mondo del cantautorato pop e pop/country soprattutto americano, quindi Taylor Swift, Kelsea Ballerini, Kacey Musgraves, Kate Voegele, Lana Del Ray… Sono anche una grande fan di Ed Sheeran, è un artista che stimo molto per la sua fortissima capacità comunicativa. In Italia, Elisa è stata la cantautrice che più mi ha ispirato quando ho iniziato a cantare e a scrivere le mie canzoni, ma adoro anche Cesare Cremonini, Gino Paoli, Max Gazzè, Erica Mou e Carmen Consoli, tutti artisti molto diversi tra loro, ma che in qualche modo hanno influenzato il mio modo di fare musica.

Come hai reagito quando Alvaro Soler ha condiviso la tua cover?

Quando Alvaro ha condiviso nelle sue storie la mia cover della sua nuova canzone sono rimasta senza parole. Ho visto il suo nome nelle notifiche di instagram sulla schermata principale del cellulare e non potevo crederci. La sera prima aveva postato dei video tutorial con l’ukulele per suonare la sua nuova canzone, e, visto, che la canzone mi piaceva moltissimo, mi sono messa a suonarla un po’. Più la canticchiavo e più mi piaceva, quindi ho pensato che potesse essere carino postare un mini video nelle mie storie e taggarlo. Di certo non mi aspettavo che mi rispondesse, visti i numerosissimi followers che ha! È stato davvero molto carino, l’ho sempre apprezzato sia come artista sia come persona, e ovviamente ora lo adoro ancora di più. È stata una bellissima sorpresa e una grande emozione!

Progetti futuri?

Al momento ho veramente tanti progetti in cantiere che non vedo l’ora di pubblicare! Backup Plan rappresenta un’importante tappa della mia vita, perché è la prima canzone che vede la collaborazione di Mattia Mariotti, un grande chitarrista, produttore e arrangiatore di Bolzano con cui collaboro da diversi mesi ormai. È una canzone che anticipa la nuova strada che ho imboccato ora con la mia musica e che porterà al mio nuovo EP (a cui stiamo già lavorando e che vorremmo fare uscire in primavera). Inoltre, il video è anche il primo frutto della mia collaborazione con la fotografa e videomaker Samira Mosca, una ragazza molto talentuosa e dolcissima che ha avuto un’idea bellissima per il video di questa canzone. 

Qui sotto potete trovare video e canzone e vi consigliamo vivamente di ascoltarla!

Serena Alessia

 

 

 

 

Greta: Intervista alla cantautrice italo-americana del momento

Greta è una giovane cantautrice romana di origini americane di cui vi abbiamo già parlato facendo la recensione del suo primo EP, Wonderful. Io e Alessia abbiamo avuto il piacere di intervistarla e curiosare un po’ nella sua vita da musicista, con un percorso musicale tra l’Italia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti.

Buona lettura!

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Crediti foto: Morning Bell

– Come ti approcci alla scrittura e alla composizione delle tue canzoni?

G: Quando mi sento ispirata il più delle volte prendo la chitarra e nella mia camerata comincio a fare riff con la chitarra, molto casuali. Sono giri di accordi spontanei, poi comincio ad appoggiarci sopra una linea vocale ed infine nasce il testo; a volte subito, altre volte anche dopo mesi. Raramente compongo con il piano. Per il testo traggo ispirazione sia da esperienze personali sia da emozioni che mi portano ad inventare e immaginare storie sempre diverse. Tendo sempre a diversificare i contenuti e le emozioni che voglio trasmettere dalle mie canzoni e cerco sempre di metterci un po’ di mio.  

– Quanto c’è di Italia e di America nella tua musica?

G: Mia mamma, appunto, è italo-americana, ho sempre fatto avanti e indietro con gli States. Proprio per questo l’inglese è la mia seconda lingua, quella con cui scrivo le mie canzoni. Di “America” quindi c’e l’internazionalità delle mie canzoni, e la lingua ovviamente. Di “Italia” c’è la mia parte pìù europea e non nego che sto lavorando ad un progetto tutto Italiano!! 

– Stai lavorando a un vero e proprio disco?

G:  Per adesso mi sto concentrando sulla promozione e l’uscita dei singoli brani dell’EP “Wonderful” con i video musicali. Scrivo continuamente, di getto e sono molto produttiva. I pezzi per un disco non mi mancano, in questo momento però non ne sento l’esigenza. Mi piacerebbe molto in futuro, però, dar vita ad un progetto unico e completo come un album.

– Qual è la canzone che ti sta più a cuore nell’EP?

G: Domanda difficile, sono molto indecisa! La canzone che più sento dal punto di vista contenutistico è sicuramente “wonderful”, proprio per questo fa da titolo all’EP. Ma la traccia che in assoluto mi sta più a cuore tra le quattro è sicuramente “Devils”. Sento molto anche questa traccia, che descrive com’è sentirsi in una società sbagliata; una società di diavoli in questo caso, chiaramente ho enfatizzato molto. Non è sicuramente una canzone spensierata, né la più ‘potente’ dell’EP, ma l’ho scelta proprio per questa sua poca scontatezza, se così possiamo definirla.

– Come mai non hai deciso di cantare in italiano cercando di sfruttare questa ondata di successo del cosiddetto indie italiano?

G: Non sono mai stata abituata ad ascoltare musica italiana. Mio padre stesso cantava negli anni ’90 in italiano, ha fatto diversi dischi anche con il CPI. Mi ricordo però che da piccola a volte ascoltavamo artisti italiani come: Rino GaetanoFrancesco De GregoriFranco BattiatoFabrizio De Andrè. Ho avuto il piacere di aprire molte date del tour di Marina Rei e dei Tiromanicino l’estate scorsa. Girare l’Italia con loro stato è bellissimo. Fin ad ora non ho mai pensato a scrivere in italiano, e non ho voluto forzare la mano. Come ho detto prima però, sto lavorando da poco tempo a qualcosa in italiano e non vedo l’ora di poter condividere tutto!!

– Da quali artisti trai ispirazione?

G: Ogni giorno traggo ispirazione da artisti che ho sempre avuto nelle cuffiette fin da piccola, come: Joss StoneAretha FranklinNorah JonesJames BayAmy WinehouseSigur RosRadiohead. Ma anche artisti moderni ed emergenti come: Anne Marie, Dua Lipa, Jessie Reyez, Khalid, X AmbassadorsGeorge EzraKendrick Lamar. Cerco di ascoltare generi e artisti sempre diversi, per diversificare anche i mood delle mie canzoni ma anche solo per il piacere di scoprire musica nuova.

– Hai progetti per l’estate?

G: Per l’estate spero di suonare il più possibile!! Stare a contatto con il pubblico e con il palco, dà una carica e delle emozioni pazzesche. Amo realizzare sempre nuovi progetti, anche se a volte faccio fatica ad incastrare tutto con la scuola. Come ho detto prima per adesso stiamo seguendo il video di “Wonderful”, ma molto molto presto ci saranno novità in arrivo ed usciranno nuovi contenuti per l’estate che non vedo l’ora di condividere, ma ora non posso dire nulla. (Indizio: farà parte di questo EP).

Cover EP_preview
Crediti foto: Morning Bell

Noi personalmente non vediamo l’ora di scoprire quali novità ci riserverà Greta e voi? 😉

Serena e Alessia