KAOS INDIA LIVE – VIDEO INTERVISTA

Tempo fa vi avevamo parlato di una band modenese, i KAOS INDIA, e lo scorso sabato 22 giugno siamo andate a Sassuolo, al Rometta Music Festival, per sentirli suonare dal vivo e scambiarci quattro chiacchiere così da farveli conoscere meglio.

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Crediti foto: Serena Casella

Non ci resta che augurarvi buona visione e buona lettura per chi fosse troppo pigro da aprire il video! 😉

Presentatevi.

Francesco: Quattro stronzi: i KAOS INDIA.

Com’è nato il nome KAOS INDIA?

Mattia: KAOS viene un po’ dalla nostra visione di gruppo musicale: noi siamo prima di tutto amici, quattro persone che vogliono vivere il caos di questo mondo, caos che può essere anche positivo da cui possono nascere cose positive e di cui non bisogna avere paura. INDIA, invece, è il nome di un ostello che si trova tuttora a New Orleans in cui io mi fermai tanti anni fa, un viaggio in cui mi trovavo da solo. Viaggio che feci per crescere come essere umano e questa tappa in particolare fu quella che mi permise di iniziare a vivere positivamente il viaggio che stavo affrontando. Abbiamo deciso di utilizzare questo nome come buon auspicio.

Da quanto è che siete amici?

Siamo amici da una vita, già da prima di formare la band. Ognuno di noi aveva già altri progetti e ad un certo punto c’è stato un momento che ha dato vita a tutto: la laurea del chitarrista, di Francesco. Abbiamo fatto una jam session, alimentata da gin tonic e birrette, in un sotterraneo di un palazzo a Modena e in quel momento lì sono nati i KAOS INDIA.

Voi siete completamente fuori da quello che è l’indie italiano (se così si può chiamare) che va tanto di moda adesso. Cosa ne pensate di questa ondata di musica italiana e di quelle band che si distaccano da essa per non farsi etichettare?

È sicuramente una cosa positiva perché ha portato molti giovani ai concerti, tanta gente adesso scopre nuove band e vanno ai concerti. Noi siamo fuori e diciamo che ce ne siamo un po’ fatti una ragione. Ci sono molte copie, molti artisti che si sono lanciati in quel genere solo per poterne cavalcare l’onda. Unica cosa: secondo noi dovrebbe esserci più spazio per tutti. In questo momento nella musica italiana c’è molta esclusività ed è un atteggiamento sbagliato. Detto questo noi ascoltiamo molte band italiane e le rispettiamo.

Uno di questi artisti che vi piace particolarmente?

Vincenzo: nell’it-pop io dico Calcutta e Thegiornalisti.

Francesco: Motta.

Artisti internazionali a cui siete legati?

Arctic Monkeys, Kings of Leon, Oasis…

All’estero come andate?

Molto bene! Abbiamo fatto delle date nell’est Europa (Serbia, Slovacchia, Polonia…) e ci siamo divertiti davvero molto.

Come nasce la vostra musica?

Noi suoniamo tantissimo in sala prove, facciamo tantissime prove in cui suoniamo insieme e cerchiamo di buttare giù nuove idee. Da lì poi nascono le strutture dei pezzi e spesso è Francesco che arriva in sala con delle idee nuove, poi ci sediamo insieme e buttiamo giù delle bozze di testo. In generale siamo molto precisi e lavoriamo tutti e quattro per tantissimo tempo su ogni brano.

Quanto ci avete messo a realizzare l’ultimo disco, Wave?

Un paio d’anni. Tra scrittura, registrazione e trovare un partner per farlo uscire. Quasi un anno solo per trovare il contatto con Universal per poi farlo uscire ed è stato davvero difficile.

Canzone dell’album a cui siete più legati?

Vincenzo: È dura perché va molto a momenti e personalità.

Mattia: Io sicuramente sono molto legato ad Half perché fa parte di quell’irrequietezza non solo del musicista, ma dell’animo umano, a quella ossessione e ricerca di una parte di noi stessi.

Modena cosa rappresenta per voi?

A Modena nasce tutto. È la città che amiamo, che alcune volte ci ha fatto anche soffrire, ma è sempre la nostra casa e in qualche modo anche la nebbia ha plasmato la nostra musica. È la nostra croce e la nostra delizia. È quel posto che quando sei adolescente ti sta stretto e poi dopo crescendo la rivaluti e inevitabilmente la ami.

Vincenzo:Io sono nato a Foggia, ma Modena la sento mia, ci sono tante cose e tante persone che mi fanno sentire a casa. È quasi un riparo.

Avete già iniziato a scrivere altro o siete fermi al momento?

Abbiamo già scritto metà album.

Tour?

Abbiamo diverse date, tra cui il Pistoia Blues domenica 7 luglio 2019 che è la più importante.

 

Serena

 

PASHMAK: EVOLUZIONE E SPERIMENTAZIONE

I Pashmak sono una band milanese composta da (da sinistra a destra) Antonio Polidoro, Giuliano Pascoe, Martin Nicastro e Damon Arabsolgar.

Siamo state nello studio di Antonio e abbiamo fatto un’interessante chiacchierata con Giuliano, tra un sorso di Coca Cola e l’altro.

Ciao Giuliano, parlaci di voi: chi sono i Pashmak?

I Pashmak si sono conosciuti al liceo classico Carducci di Milano. La formazione che vedete oggi non è quella originale: all’inizio, circa una decina di anni fa, eravamo solo io e Damon insieme a Stefano Grasso alla batteria e Stefano Fiori alla chitarra e dopo qualche anno si è aggiunto anche Martin. È arrivato poi un momento in cui eravamo in cerca di un batterista e quindi Antonio è entrato a fare parte del gruppo, registrando anche i nostri primi dischi.

Io personalmente all’interno della band ho svolto un percorso sempre in divenire: all’inizio ero il chitarrista; poi ho iniziato a suonare il basso e successivamente il sintetizzatore; successivamente ho iniziato a fare musica al computer e ora dal vivo suono le tastiere. Nel gruppo però al momento il mio ruolo è quello della produzione.

Fino ad ora siamo sempre stati indipendenti su tutti i fronti ma con l’ultimo disco siamo stati contattati da Manita Dischi: erano molto interessati al progetto e ci hanno offerto la spinta per scriverlo e pubblicarlo per la loro etichetta.

Da dove nasce il nome Pashmak?

Pashmak è una parola iraniana: significa “come la lana” e tra le tante cose è anche un tipo di zucchero filato fatto a mano. Durante delle prove in cantina a casa di Damon suo padre, che è iraniano, ce ne ha portato un po’ da assaggiare e abbiamo pensato che poteva essere un bel nome per la band. Ci piace il fatto che sia una cosa delicatissima fatta a mano che si può sciogliere da un momento all’altro

Fino ad ora avete pubblicato due album e un EP. So che è un po’ come chiedere se volete più bene a mamma o a papà ma: a quale lavoro siete più affezionati?

Abbiamo sempre avuto un approccio dinamico ai nostri lavori: ci piace sperimentare e ci piace il cambiamento.

Ora come ora sono personalmente molto legato all’ultimo disco perchè lavorarci ha rappresentato una vera e propria esperienza personale e perchè è stato il primo lavoro fatto nel nuovo studio. Però anche Indigo EP ha rappresentato un bel cambiamento nel modo di lavorare: è nato in camera mia quando stavo ancora dai miei prima di avere lo studio e tutto quando ed è stato il primo lavoro con un approccio consapevolmente professionale sia nella scrittura che nella produzione. Il primo album invece è stato il grande esperimento di partenza che comunque ha dato i suoi frutti

Hai detto che vi piace sperimentare e a mio parere il video di Harp ne è la prova: come vi è venuta l’idea?

L’idea in realtà è di Laura Samani, una regista di Trieste. Laura si è innamorata del progetto e ha voluto provare a farci un video. Era una sperimentazione anche per lei perchè non aveva mai girato un video musicale. Abbiamo fatto una sessione di brainstorming a partire da una sua idea e da lì è nato il concept per la storia che si vede nel video: una situazione molto adolescenziale, un rapporto molto stretto tra due ragazzi che mette in evidenza le zone grigie di quell’età.

La vostra musica vi ha dato la possibilità di viaggiare molto: raccontaci qualcosa sui tour che avete fatto fino ad ora.

Fino ad ora abbiamo sempre fatto tour all’estero perchè per una serie di motivi non siamo mai riusciti a girare molto in Italia. Con il primo tour siamo stati in Germania, a Berlino e Lipsia. L’anno dopo ci siamo allargati in tutta Europa con circa 15 date nelle principali capitali europee (Parigi, Londra, Praga, Cracovia, Amsterdam…)

Dopo queste date siamo entrati in contatto con un’agenzia che ci ha dato un aggancio per poter suonare anche nei Balcani: siamo stati in Kossovo, in Macedonia, posti davvero interessanti nei quali nessuno avrebbe mai pensato di suonare. Sempre grazie a questa agenzia abbiamo avuto la possibilità di suonare anche in Russia: abbiamo fatto un tour invernale di due settimane con circa 15 date anche in questo caso.

Il clima era abbastanza rigido (abbiamo toccato anche i -11gradi) e noi eravamo senza macchina e con gli strumenti a carico, per cui il treno era la nostra unica opzione per poterci spostare.  Uno dei viaggi più lunghi è stato quello da Saratov a Ekaterinburg: 45 ore consecutive con fermate sporadiche di 10 minuti circa ogni 10 ore. Il lato positivo è stato che per lo meno siamo potuti stare al caldo nelle nostre cuccette. Inoltre questo viaggio ci è stato molto d’aiuto per il fatto che la sera prima della partenza, Antonio si è lussato il ginocchio ballando nel pub dove avevamo appena finito di suonare. Il dottore gli aveva ordinato due giorni di totale riposo a letto e quindi l’essere tutti bloccati su un treno per 45 ore alla fine si è rivelato utile e ci ha permesso di portare a casa il tour.

Preferisci suonare nei club o nei festival?

Questa è una bella domanda! 

Da un punto di vista un po’ “nerd-tecnico” ti direi nei club: suonare in un ambiente chiuso con un’ acustica controllata e un bell’impianto mi piace tantissimo. Durante l’estate però i festival sono il massimo: la scorsa estate abbiamo suonato in Serbia in un festival in montagna alla base di un impianto sciistico con tutta la gente sulla collina, è stato stupendo. Un altro festival che ci è piaciuto molto è stato il BAUM Festival a Bologna. Potremmo dire che sono due cose che si completano, sono stagionali: i club  per l’inverno e i festival per l’estate.

Vo siete una band italiana che canta in inglese, come mai questa scelta?

Come tanti della nostra generazione, l’inglese è sempre stato il nostro punto di riferimento perchè abbiamo sempre ascoltato musica internazionale in inglese, per cui esprimerci in questa lingua ci viene più naturale. Soprattutto Damon che scrive tutti i testi ritiene più facile esprimersi in una lingue diversa ed è più soddisfatto del risultato.

Sappiamo bene che in Italia c’è molto ostracismo nei confronti delle band che cantano in inglese. Probabilmente noi abbiamo scelto anche il periodo storico sbagliato per fare questa scelta: l’abbiamo fatto nel momento in cui si è sviluppato quello che oggi è l’italpop, quell’indie con un’attitudine pop che sta andando fortissimo. Molti amici musicisti ci dicevano che avremmo dovuto fare cose in italiano perché è la lingua madre e perché in questo modo è più facile comunicare. Noi però siamo sempre stati dell’idea che se si inizia una cosa la si porta avanti con convinzione e siccome abbiamo iniziato cantando in inglese siamo rimasti su quella strada. Ritengo sia un po’ provinciale da parte dell’Italia cantare solo in italiano perché in questo modo si finisce a fare solo musica per l’Italia senza possibilità di allargarsi altrove.

Se non aveste cantato in inglese quindi, credi che non avreste mai avuto la possibilità di viaggiare così tanto come avete fatto fino ad oggi?

No, non sarebbe stato possibile. A parte in Russia forse perchè lì hanno una fissa incredibile per gli italiani: conoscono tutte le canzoni di Toto Cutugno, Celentano, Albano, anche i giovani. Ci facevano le feste ovunque, anche se di italiano tradizionale la nostra musica ha poco. Durante i nostri tour poi, abbiamo sempre suonato davanti a pubblico locale: non ci sarebbe piaciuto andare a Berlino, Londra o chissà dove per suonare davanti a italiani.

Nella presentazione con la quale hai aperto l’intervista hai detto che oltre a suonare nei Pashmak tu sei anche produttore, anche gli altri membri portano avanti progetti paralleli?

Lavoriamo tutti nella musica.

Antonio ha uno studio di registrazione dove produce dischi.

Io ho uno studio da Antonio e come lui produco.

Martin è un violinista diplomato al conservatorio e insegna violino. Ha anche un altro progetto parallelo che si chiama Clio & Maurice. È un progetto molto interessante basato su violino e voce. È in arrivo il disco.

Anche Damon segue altri progetti: scrive musica come primo impiego e ha un gruppo che si chiama Mombao che ha già pubblicato un EP, Emigrafe. Anche questo è un progetto molto interessante basato su sintetizzatori e batteria. Dal vivo realizzano uno show prevalentemente improvvisato e molto teatrale che prende ispirazione dal teatro giapponese: sono molto intensi.

Come gestite tutti i vostri progetti personali e la band?

Andiamo a periodi alterni, poi dipende da situazione a situazione. Per fare il disco, ad esempio, avevamo messo tutti delle cose in pausa per dedicarci al cento per cento solo a quello.

E ora cosa avete in programma?

Abbiamo ancora delle date a Roma e a Marina di Romea quest’estate, poi vedremo. Ora finiamo il tour e siamo concentrati su questo.

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Giorgia

ATLANTE: ALTERNATIVE ROCK ED EMOZIONI DA “ASSAPORARE LENTAMENTE”

Abbiamo fatto una bellissima chiacchierata con Claudio, Andrea e Stefano, in arte Atlante, una giovane band Torinese che fa musica con l’obiettivo principale di crescere costantemente e divertirsi.

Ciao ragazzi, parlateci di voi: chi siete, cosa fate, cosa suonate…

Innanzi tutto grazie per l’intervista, è un piacere poter rispondere alle vostre domande!

Noi Atlante siamo un trio che viene da Torino composto da Claudio alla chitarra e voce, Andrea al basso e cori e Stefano alla batteria e cori. Alla domanda “cosa suonate?” è difficile rispondere: in generale puntiamo a riprodurre sonorità viscerali che possano dare sfogo a più emozioni possibili sul palco, in sala prove e in studio. Potremmo dire che suoniamo alternative rock se proprio deve essere messa un’etichetta, ma la nostra musica, sopratutto quella nuova ancora in gestazione, sta prendendo molti risvolti differenti. Quindi chissà… ora è rock, in futuro si vedrà! L’importante è continuare a sudare entro il primo brano della scaletta, se no non ci divertiamo. 

Nel 2016 siete usciti su Youtube con il vostro primo singolo DICIANNOVE, cosa c’era prima di questo?

Prima di Diciannove semplicemente non c’era niente: è nato tutto dalla voglia di Claudio di arrangiare con qualcuno una manciata di brani scritti in Inghilterra durante un’estate oltremare. Ci siamo incontrati in sala prove e abbiamo alzato il volume, inizialmente con strumenti non nostri ma prestati da fratelli e amici. Dopo qualche prova ci siamo detti “Bene, forse è ora di registrare un brano il più economicamente possibile, buttarlo su internet e vedere cosa succede”. Ed ecco Diciannove sul Tubo. 

Quali sono i vostri modelli musicali di riferimento? Cercate di riprodurre alcune loro caratteristiche nelle vostre produzioni o cercate di sviluppare un sound e un’identità totalmente originali?

Sicuramente i Biffy Clyro sono stata la ragione per cui sono nati gli Atlante e sono spesso d’ispirazione sia in fase compositiva che in fase di registrazione. Ci piace l’attitudine che hanno sul palco, la grinta, le idee ritmiche e melodiche. Poi in realtà abbiamo diversi riferimenti che vanno dagli Arcane Roots ai Verdena, passando attraverso i Nadàr Solo e Niccolò Fabi, principalmente per quanto riguarda i testi. Nel corso del tempo però mutano gusti e attitudini: tutt’ora stanno cambiando molti aspetti della nostra musica e non ci piace rimanere inchiodati ad un’ idea.
Spesso andiamo insieme ai concerti e questo è di grande aiuto per alimentare l’ispirazione e l’alchimia del gruppo. 

A gennaio è uscito il vostro ultimo album, Un’entropia di immagini e pensieri, raccontateci un po’ come è nato e come è stato registrarlo. 

L’intero album è nato principalmente in sala prove da idee portate da Claudio e sviluppate successivamente tutti insieme. In studio poi abbiamo dedicato del tempo per completare gli arrangiamenti con altri musicisti e rendere il sound del disco il più completo possibile.
Si tratta di un disco che si rispecchia molto nel titolo, essendo esso stesso nato da un puzzle di idee, melodie istintive e stimoli musicali molto eterogenei. 

I testi delle canzoni trattano di temi molto diversi, alcuni più intimi e personali, altri più eterei e metaforici. Non c’è stato nessun concept nella composizione dei brani, né un filo logico preciso: semplicemente ogni canzone prendeva una strada a sé stante in sala prove. Insomma, un’entropia in tutto e per tutto.

I locali di Torino e di varie parti dell’Italia ormai vi ospitano da un po’ di anni, qual è la cosa che vi emoziona di più quando suonate live? 

Quando suoniamo live per noi è bello sentirci un gruppo, guardarci bene negli occhi prima di iniziare e poi via, ci si rincontra a lavoro finito. E’ sempre magico il tempo passato sul palco, anche quando il live va male o quando non c’è proprio un palco. Troviamo che sia un reale confronto con sé stessi e con gli altri, che davanti ci siano dieci persone o cento. 

Nell’ultimo anno, suonando più frequentemente fuori casa, abbiamo avuto anche la possibilità di conoscere persone bellissime che credono nella musica e che ce la mettono tutta, pur non suonando direttamente. È una cosa che ci affascina e ci dà la voglia di continuare a macinare chilometri. È un ambiente vivo, pieno di contatti umani. Per poter portare a casa una bella emozione, suonare non è l’unica cosa che conta quando si viaggia, anche il contesto è molto importante.

Dove vi vedete a suonare un giorno? Qual è il vostro obiettivo in fatto di venues?

Veramente non sapremmo, vogliamo tutti puntare al percorso e non alla meta. Senza fraintendimenti: vorremmo crescere per portare la nostra musica a più orecchie possibili, ma non è l’obbiettivo principale di chi suona per il gusto di farlo. Ci poniamo frequentemente il compito di creare qualcosa che ci piaccia e per cui valga le pena spendere tutto il tempo e la fatica di cui ha bisogno un progetto musicale come il nostro. Andiamo avanti a piccoli passi, è così da tre anni e ci piace. Assaporiamo tutto molto lentamente

E per quanto riguarda la discografia? Avete già qualcosa in programma che potete anticiparci?

Dopo l’uscita dell’ultimo album abbiamo avuto un momento di stallo che a tratti ha gravato non poco sull’autostima di alcuni di noi. Crediamo fosse dovuto principalmente alla paura di ripetersi e di non riuscire a superarsi. Quello è il momento in cui staccare, viaggiare, leggere, scoprire, pensare e poi riprendere in mano gli strumenti. Ora c’è del materiale molto interessante su cui stiamo lavorando, siamo soddisfatti della strada che stanno prendendo i nuovi brani. Obbiettivo principale: crescere, sempre.

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MALPELA: TRA IRONIA E FUMETTI

Abbiamo incontrato Gloria Mazzilli, in arte Malpela: una ragazza che canta, scrive ma non si definisce cantautrice. Ci ha parlato un po’ di lei; del suo progetto discografico Ernia al Disco al quale sta lavorando con Romina Dimo, Giulia Guareschi e Pietro Ubaldi e del progetto riguardante il merchandise sviluppato con Cristina Francesca.  

Ciao Gloria, parlaci un po’ di te

Mi chiamo Gloria Mazzilli e ho 24 anni. Vengo da Bareggio, un paesino in provincia di Milano immerso nel verde. Al momento sto frequentando un master in Editoria e produzione musicale a Milano.

Da quanto suoni? Perchè hai iniziato?

A 9 anni ho seguito per un anno un corso di chitarra ma mi sono stancata velocemente, così ho smesso. A 16 anni mia sorella mi ha regalato un ukulele e da lì ho ricominciato a suonare, facendomi tornare la voglia di riprendere in mano anche la chitarra. A 17 anni ho quindi ricominciato a strimpellare per conto mio senza seguire nessun corso, infatti non suono benissimo ma quello che mi basta per scrivere le canzoni.

Da dove nasce il nome d’arte Malpela?

Malpela deriva ovviamente dal Rosso Malpelo di Verga. Inizialmente nasce come uno scherzo: un’amica mi dice che su Instagram sarebbe carino se mi chiamassi Rossa Malpela, per via dei miei capelli rossi. Da qui la gente ha iniziato a chiamarmi in questo modo e siccome la cosa non mi dispiaceva ho deciso di farne il mio nome d’arte, anche perché è molto identificativo. Con Malpelo sento di avere in comune il fatto di essere venduti come cattivi, ma non esserlo veramente.

Puoi anticiparci qualcosa del nuovo album? 

Il nuovo album sarà un’ EP di 6 pezzi e si chiamerà Ernia al Disco per tre motivi:

Il primo è che ho effettivamente un’ernia al disco.

Il secondo è che questo problema fisico a mio parere potrebbe essere metaforicamente anche una patologia dell’ambiente musicale, un difetto che io personalmente ho riscontrato in questo ambito.

L’ultimo motivo è che Ernia al Disco è il titolo di una mia canzone, l’unica che non parla d’amore ma è appunto una sorta di critica all’ambiente musicale. Questa canzone non ci sarà nel disco ma volevo comunque fosse presente e quindi l’ho scelta come titolo dell’EP.

Lo stile che caratterizza tutto il lavoro è ricco di ironia e sarcasmo, le armi di cui mi avvalgo per raccontare quelle situazioni sentimentali che alla mia età sono difficili da spiegare ma anche e soprattutto per riderci sopra e non prendere la vita troppo seriamente.

Qualche indizio più specifico sulle canzoni?

Per quanto riguarda le canzoni vi posso dare tre anticipazioni:

La prima si intitola Murphy e parla delle sfortune che hanno caratterizzato il mio segno nel 2017, quello dei gemelli. L’ho scritta a partire da una riflessione: non mi sembrava possibile che solo io fossi così sfortunata e quindi in questa canzone do la colpa a qualcun altro. Un aneddoto divertente che riguarda Murphy è che è una canzone scritta sotto la doccia: avevo già l’armonia e la melodia della chitarra ma non riuscivo ad incastrarci il testo. Poi sotto la doccia ho iniziato a canticchiare e sono dovuta uscire mezza bagnata per scrivere l’idea su un foglio.

La seconda canzone si intitola Pattume ed è la prima effettivamente sensata che ho scritto. É nata nel 2017 in modo abbastanza strano: all’inizio avevo solo una strofa e il ritornello e poi un annetto fa le mie chitarriste Romina e Giulia mi hanno suggerito di scrivere anche la seconda parte. Parla della fine di una storia d’amore dove io paragono il mio corpo all’immondizia e raccomando l’altra persona di fare attenzione alla raccolta differenziata, indicandole dove buttare ogni parte di me. 

La terza canzone è Non finisco mai nien, canzone in cui è come se le mie due personalità si parlassero e una rimproverasse l’altra per il fatto che non riesce mai a finire niente. Allo stesso tempo l’altra personalità vuole impegnarsi a fare qualcosa per aiutare la prima personalità. È dedicata a me stessa ma volendo si può estendere anche a una terza persona.

Dove ti vedi tra 5 anni?

Spero di lavorare nella musica ma non vorrei mai che la mia velleità di scrivere canzoni diventi il mio lavoro. Non voglio diventare famosa, mi interessa parlare. Voglio lavorare nella musica ma dietro le quinte e continuare a coltivare questo mio hobby di scrittura.

Cosa significa la musica per te?

La musica per me è divertimento ed è per questo non scrivo mai testi tristi, lo faccio perché mi devo divertire.

Artisti di riferimento e che ti piacciono?

Gli artisti in cui mi rivedo di più in termini di stile di scrittura sono Margherita Vicario, cantautrice romana e attrice, e Galeffi. Mi piacciono molto anche Calcutta e Gazzelle. Invece, una canzone che quando l’ho sentita ho detto “questa avrei dovuto scriverla io” è Buona sfortuna de Lo stato sociale: si rifà molto al mio genere con il suo parlare di una cosa tristissima ma in modo divertente.

Descrivi il disco in 3 parole

Acustico, divertente, leggero.

Parlaci del progetto di merchandise che hai già sviluppato intorno al disco

Io e la mia amica illustratrice Cristina Francesca, abbiamo deciso di lavorare al disco insieme: io scrivo le canzoni insieme a Giulia, Romina e Pietro e Cristina si dedica alla parte delle illustrazioni, facendo di me un personaggio quasi fumettistico, buffo e da non prendere sul serio. Il filo conduttore del disco sono quindi io come personaggio e un filo vero e proprio che rappresenta l’amore.

Da questa idea è nato anche il merchandise che abbiamo deciso di vendere prima del disco sia per questioni tempistiche sia per iniziare a fare affezionare le persone alla mia immagine. Abbiamo realizzato delle magliette, delle spille e degli adesivi. 

I soldi ricavati dal merch mi permetteranno concretamente di realizzare il disco, insieme a quelli ricavati da un bellissimo regalo che mi hanno fatto i miei amici per la laurea: mi hanno regalato un barattolo chiamato per il tuo disco nel quale ognuno di loro ha contribuito come poteva. Questo barattolo già esisteva in casa mia e gli amici che entravano potevano mettere il loro contributo, che molto spesso erano caramelle. 

Da quel momento è nata l’idea vera e propria di fare un disco: prima era solo un “sì magari tra qualche anno lo farò” e invece ora sta arrivando!

Malpela sui social: Facebook, Instagram

Giorgia

ROBERTA FINOCCHIARO – SOMETHING NEW | RECENSIONE ALBUM

Nel #NewMusicDistress di lunedì vi abbiamo presentato Roberta Finocchiaro e oggi siamo qui per parlare più nello specifico del suo ultimo progetto musicale dal titolo Something True.

L’album è composto da nove tracce che raccontano l’essere una giovane donna e l’ordine in cui sono presentate rende il disco scorrevole e piacevole all’ascolto. 

Il mood e il sound nel complesso ricordano una giovane Taylor Swift ai tempi di Fearless, con sonorità tranquille e dolci ma allo stesso tempo accattivanti e ritmate.

Delle nove tracce, otto sono in inglese e Roberta ha una pronuncia notevole, caratteristica per nulla scontata quando si parla di interpreti italiani che cantano in lingua straniera.

Analizzando il disco traccia per traccia notiamo come Roberta abbia voluto raccontarsi tramite le sue canzoni ed è stata molto brava a cantare di situazioni e sentimenti che arrivano in modo diretto all’ascoltatore, o in questo caso all’ascoltatrice.

La prima traccia si intitola Lies e parla del “cambiare pagina”, del lasciare al passato le cose negative e guardare al futuro. Invita a non dare spazio alle persone false nella propria vita e avere una visione positiva verso il futuro.

È seguita da Build My Heart, canzone scritta dopo un viaggio a Londra e dopo aver visto per la prima volta il concerto del suo musicista preferito, John Mayer. Roberta ci ha raccontato di aver dedicato questo pezzo alla sua produttrice Simona per ringraziarla del suo supporto, del suo affetto e per tutte le belle esperienze fatte insieme.

La terza traccia del disco si intitola Be Myself ed è stata la prima canzone scritta per questo album. È nata con la chitarra acustica e al pianoforte con il padre. Il messaggio del pezzo è di pensare più spesso a quello che abbiamo di buono nella nostra vita e non dare nulla per scontato, in particolare nei rapporti interpersonali.

Subito dopo troviamo Something True, brano che dà il titolo all’intero album. È un pezzo molto positivo che racchiude tutti i pensieri di Roberta nati prima di partire per Memphis.

A metà del disco è posizionata Leaf in a Hurricane, personalmente la mia preferita. Roberta ci ha raccontato che il pezzo è nato dopo un viaggio in Irlanda e che racchiude le sensazioni di una musicista che suona viaggiando: racconta le ansie, la distanza da casa ma anche la bellezza di sentirsi una foglia in un uragano, ritrovarsi in posti nuovi, innamorarsi, e condividere la propria musica con il resto del mondo.

La sesta traccia, Love Changing, parla di quando capisci che un amore si sta consumando: l’amore cambia, si trasforma e a volte svanisce. Roberta con questa canzone sostiene che bisognerebbe coltivare i sentimenti, non lasciarli andare.

Avvicinandoci verso la fine troviamo Paura, l’unico brano in italiano di tutto il disco. Paura parla dell’insicurezza, dell’ansia e del fatto che la cantante riesca a sentirsi al sicuro soltanto quando si trova con la musica. “Mi sento a casa quando sono sul palco con la mia chitarra”, dice.

La penultima canzone è When I’m Starting To Love You e racchiude tutte le domande e le risposte che nascono nel momento in cui capisci di amare una persona.

Something True si chiude con Honey Tree, una canzone molto personale. Con questo pezzo Roberta racconta di come abbia sempre trovato nella natura, come nella musica, un conforto: stare in mezzo a un bosco, guardare un tramonto, un cielo stellato, sono per lei un’ottima cura per l’anima quando ci sentiamo giù.

Non ci resta che lasciarvi all’ascolto di Something True su Spotify e fare a Roberta un grosso in bocca al lupo!

Giorgia

IL RITORNO DEI LOST | INTERVISTA ALLA BAND VICENTINA

Con l’uscita del nuovo singolo e del loro ritorno sulla scena musicale abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con la band che ha segnato la nostra adolescenza e siamo davvero contente del risultato e di ciò che ci hanno raccontato.

Non ci resta che augurarvi una buona lettura!

Crediti foto: LOST – Ufficio Stampa

Per cominciare: come vi presentereste a quella generazione che non vi conosce e che non è cresciuta guardando TRL?

Personalmente non mi è mai piaciuto dovermi presentare, forse perchè ho sempre avuto paura di non essere obiettivo. Preferisco lasciare che sia la nostra musica a parlare per noi, per ciò che siamo stati e ciò che rappresentiamo ora.

Cosa vi ha spinti a tornare sulle scene dopo quasi 10 anni dal vostro ultimo disco?

Quando inizi un cammino come quello dei Lost, difficilmente riesci a restarci lontano. Ogni giorno pensi a tutto quello che ti ha dato e dove potrebbe portarti ancora. Senti che nella tua vita manca qualcosa che fino a poco prima era l’essenza delle tue giornate. Credo che, in maniera inconsapevole, io e i ragazzi sapevamo già che un giorno le nostre strade si sarebbero incrociate di nuovo. Il palco non ha mai smesso di chiamarci.

Il 2009 per voi, come per band come i Finley o i Dari, è stato forse il periodo di massimo successo: cosa vi manca di più di quegli anni?

In quel periodo, per il genere musicale che amavo e suonavo, la scena italiana e internazionale era nel massimo splendore e progrediva sugli stessi binari. Il web era un’alternativa e non una cosa essenziale nella vita di tutti. La musica non aveva una scadenza di qualche settimana e i video musicali li aspettavi e te li godevi ancora in Tv. Ora tutto è più veloce, ci sono troppi social e il pubblico è sparso nella giungla di internet e c’è il rischio di affezionarsi meno alle cose.

Come è cambiata l’industria discografica per un artista rispetto a quando avete debuttato con il primo disco?

Sicuramente il web ha stravolto l’intero ecosistema sui cui si basava l’industria discografica. Da un lato ha dato molte più possibilità ai giovani artisti di emergere e farsi notare ma dall’altro lato c’è molta più competizione. Il mercato porta la musica a dover essere consumata molto più velocemente e l’artista non può più permettersi il lusso di far aspettare il proprio pubblico per troppo tempo come capitava prima.

 

Una canzone buona, il vostro nuovo singolo, racconta di una generazione segnata dalle paure e dalle ambizioni. Quali sono le vostre?

La nostra generazione si trova di fronte ad un futuro incerto, con tanti quesiti e poco tempo per trovare delle risposte. Abbiamo paure che nascondiamo dietro a dei post fingendo un sorriso posato, incalzati dal raggiungere la vita perfetta mostrata dall’influencer di turno. Sembra una gara a chi ha di più e nel frattempo dobbiamo fare i conti anche con un pianeta che sta chiedendo aiuto e noi che facciamo ancora troppo poco per salvarlo.

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Crediti foto: LOST – Instagram

Com’è nata la canzone? Qualche aneddoto speciale?

Dopo che abbiamo deciso di rimettere in piedi il progetto, abbiamo iniziato a scrivere molto materiale, ma più scrivevamo e più non eravamo convinti di ciò che avevamo tra le mani. Poi una sera, senza cercarla, è nata nella mia testa la melodia di “Una canzone buona” e nel giro di un paio di giorni era pronta. Una canzone che rispecchia ciò che siamo ora.

Un aneddoto speciale? Abbiamo deciso di far uscire il singolo lo stesso giorno in cui uscì nel 2009 “Sospeso”, il nostro secondo disco.

Sono cambiati i vostri riferimenti musicali negli anni oppure no?

I nostri gusti musicali sono sempre in continua evoluzione ed è una fortuna perchè questo ci permette di scrivere musica senza vincoli.

Avete un nuovo disco in cantiere?

Al momento nessun disco, ma tanto materiale tra le mani. Perciò non vediamo l’ora di far uscire nuova musica al più presto.

Cosa vi aspettate dal futuro?

Il nostro obiettivo è portare in giro il nostro show, la nostra musica, portare alla gente la dimensione che più amiamo ovvero quella dei live.

Per finire: ci raccontate un ricordo speciale degli anni di MTV che avete come band?

Vincere un premio agli Mtv Europe Music Awards è stato un momento che se ci ripenso ancora non mi sembra vero. Ritrovarsi a Berlino seduti a fianco di Dave Grohl e poi prendere l’ascensore insieme a Katy perry non è una cosa che ti capita tutti i giorni.

 

 

Serena, Alessia, Giorgia

#NEWMUSICDISTRESS | ROBERTA FINOCCHIARO

Per il #NewMusicDistress di oggi ci spostiamo in Sicilia e vi presentiamo una chitarrista e cantautrice di questa splendida terra: Roberta Finocchiaro.

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Crediti foto: Parole & Dintorni – Ufficio Stampa

Roberta nasce a Catania il 10 Ottobre 1993 in una famiglia di musicisti e inizia fin da piccola a coltivare la passione per la musica. A 10 anni inizia a suonare la chitarra e comincia a scrivere le prime canzoni. In breve tempo inizia a prendere lezioni di pianoforte e in seguito di chitarra. Nel 2010 inizia ad esibirsi con la sua band e nel 2014 Roberta viene notata dalla Tillie Records, etichetta discografica di Simona Virlinzi, sorella del produttore discografico catanese Francesco Virlinzi. Nel 2015 iniziano i lavori in studio per la realizzazione del primo album, uscito a settembre del 2016, Foglie Di Carta, dal genere pop/blues/folk ispirato alle sonorità americane. Inizia così il mini tour Foglie Di Carta Live con date in giro per l’Italia. Nel dicembre 2016 Roberta sale sul palco del Light Of Day (Italia) suonando con alcuni musicisti di Bruce Springsteen.

Il 7 dicembre 2016 apre l’ultima data del tour On di Elisa.

Nel settembre 2017 iniziano le registrazioni del suo secondo album a Memphis (Tennessee) con la partecipazione di musicisti americani. Due in particolare, il batterista Stephen Chopek e il bassista David LaBruyere, hanno accompagnato in vari studi di registrazione e tour il suo musicista preferito John Mayer. I due cureranno anche la produzione artistica dell’album.

Nel dicembre 2017 Roberta vince il Fiat Music di Red Ronnie e si esibisce per la prima volta al teatro Ariston di Sanremo e, nel gennaio 2018, si esibisce al Light Of Day ad Asbury Park (New Jersey).

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Crediti foto: Parole & Dintorni – Ufficio Stampa

Something True è il titolo del suo secondo album e racchiude 9 tracce che raccontano viaggi, emozioni, sogni e paure di una giovane donna. L’album è stato prodotto e registrato negli Stati Uniti (al Sam Phillips Recording di Memphis per la precisione) e da un primo ascolto si comprende subito la maestria che si nasconde dietro gli arrangiamenti dei produttori già citati. Il sound che troviamo nell’album è diviso tra il folk pop di Nashville e il Funk Soul di Memphis, entrambi suoni che arrivano da ispirazioni anni 70.

Continuate a seguirci per la recensione del disco e per qualche curiosità in più su Roberta!

 

Serena