The Day After #NewMusicFriday | Episodio 6

The Day After #NewMusicFriday | Episodio 6

Vorrei iniziare l’episodio di oggi facendoti un applauso perchè se stai leggendo vuol dire che sei sopravvissut* a un venerdì 17, in un anno bisestile, durante una pandemia. Mica roba da poco!

All’industria musicale però le superstizioni non interessano e anche ieri siamo stati inondati da tante belle cose nuove: di seguito le mie preferite

  • Archetype, Coma Berenices

Il nome dell’LP fa riferimento ad una piccola costellazione visibile nelle notti primaverili o estive quando il cielo non è inquinato. Secondo il mito greco, si trova lassù da quando la regina Berenice fece voto solenne di consacrare ad Afrodite la sua bellissima chioma come pegno d’amore.
Un viaggi di 6 brani, tra cui Keep Your Feet On The Stars Pt 1 e Keep Your Feet On The Stars Pt 2:ascoltando una nave nel cielo, i suoni nel mattino e la luce del giorno negli occhi. Ti manca la terra sotto ai passi e hai disperso la tua immagine negli specchi della casa. Le chitarre come una bora nei temporali in cui le nuvole piangono di gioia.” 

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  • Fire in the Jungle, Godblesscomputers

Questo è il primo pezzo del disco che ho registrato e segna l’inizio dell’esplorazione del mio personaggio. L’immagine al fulcro di questo pezzo è senz’altro quella del fuoco: è stata la prima volta che i nomi dei brani apparivano così chiari nella mia mente, come se esistessero già da qualche parte.

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  • La Belle Dame, Valerio Bruner

Da sempre in viaggio nel raccontare il suo punto di vista sull’emotività, il giovane cantautore partenopeo ci ha regalato un album dalla narrazione poetica nel quale vengono rievocati i tratti sottili e nobili delle donne. Un disco sincero, ricco di spunti e riflessioni, dedicato a coloro che con coraggio e determinazione combattono ogni giorno per il proprio essere donna e per la propria individualità.

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E anche per oggi è tutto, alla prossima settimana.

Giorgia

La sindrome del giorno dopo| Recensione EP

La sindrome del giorno dopo, il nuovo EP di Tota, non poteva capitare in un momento storico più azzeccato.

“La sindrome del giorno dopo credo sia letteralmente la paura del giorno seguente, una paura che si condensa in modo estremamente potente durante la notte. […] La notte è l’unico momento in cui il tempo si ferma, rimane immobile fino all’arrivo del sonno“.
Lo stesso Tommaso definisce con queste parole il suo disco e se ci fermiamo un attimo a riflettere, possiamo trovare un’analogia con la situazione in cui ci troviamo in questo momento: paura, incertezza e immobilità sono le padrone delle nostre giornate.

L’EP è composto da cinque brani che raccontano cinque storie diverse, le quali però prendono e accompagnano l’ascoltatore in un unico viaggio attraverso i propri pensieri, che finiscono per combaciare con quelli dell’artista.

Con questo sound rilassato e rilassante, fatto principalmente di batteria riverberata, chitarre elettrica e acustica e un leggero basso, Tota è la colonna sonora perfetta per queste serate di isolamento e solitudine, dove anche noi come lui finiamo spesso per arrenderci ai nostri pensieri più profondi.

I brani si intersecano perfettamente l’uno con l’altro creando un susseguirsi armonico di suoni ed emozioni che lascia spazio a due possibilità: farsi trasportare dalle storie di Tommaso o perdersi nel flusso delle proprie.

Per chi non fosse già familiare con la sua figura artistica: Tota è il nome d’arte di Tommaso Tota, nato a Orvieto e trasferitosi prima a Bologna e poi a Milano.
Esordisce nel 2017 con Cielocasa e inizia a farsi strada nel mondo del live aprendo i concerti di Gazzelle, Carl Brave, Franco126 e Galeffi.
A settembre 2018 esce il singolo Oggi non mi importa niente che precede insieme ad altri due estratti l’album Senzacera, il suo primo album in studio con l’etichetta Grifo Dischi.

L’EP La sindrome del giorno dopo è disponibile dal 6 marzo su tutte le piattaforme di streaming e mette in evidenza un forte cambio estetico da parte dell’artista.
Tutti i brani sono stati scritti e composti da Tommaso Tota e prodotti da Filippo Slaviero, che ha curato anche mix e master.

Potete ascoltare l’EP completo qui e dedicarvi venti minuti di sana e tranquilla immersione nei vostri più intimi pensieri, o semplicemente ascoltare rassicurante voce di Tota.

Giorgia

ARTLAB 19 | MILANO

Il 27 e il 28 giugno 2019, al BASE di Milano, ArtLab ha organizzato una serie di incontri e conferenze in ambito culturale dai temi più vari: dalla tecnologia alla sostenibilità, dalle startup ai programmi europei. 

Noi di MusicDistress, per ovvie ragioni, abbiamo partecipato all’incontro dal titolo Music Innovation. Feeding Future Business tenutosi la mattina del 28 giugno.

L’incontro è stato organizzato in uno degli spazi più recenti della struttura del BASE ed è stato presentato e moderato da Dino Lupelli, direttore generale del Linecheck Festival che si terrà a Milano dal 19 al 24 Novembre 2019. Subito dopo una breve presentazione di quelle che sono state fino ad oggi le fasi dell’industria musicale, Lupelli ha introdotto il nuovo concetto di Music Industry 4.0: una visione futuristica ma per niente lontana di quello che sarà l’industria della musica nei prossimi anni. Lupelli prevede la creazione di una “vertically integrated industry”, nella quale il fenomeno del cross-over tra la musica e altre attività (come il turismo ad esempio) sarà sempre più preponderante. 

Sempre parlando di ciò che sarà l’industria musicale nel futuro, sono intervenuti anche Oriol Pastor, direttore del MIRA Festival di Barcellona e Turo Pekari da Helsinki, Senior Advisor, Innovation and Discovery di Teosto. I due hanno esposto le loro visioni di quella che è la situazione dell’industria musicale oggi e di come secondo loro si evolveranno le cose in una decina d’anni. La loro conclusione è stata che ci si sposterà sempre di più in un campo dominato dal cambio culturale come motore dell’evoluzione tecnologica e verso una situazione di democratizzazione della musica: uno scenario nel quale secondo Turomusic belongs to everyone“. 

In seguito, per dare un’idea concreta di ciò che sarà il futuro, quattro startup hanno presentato i loro progetti.

La prima startup a presentare il proprio progetto è Nuwa.

I ragazzi di Nuwa hanno sviluppato un software per la produzione di musica chiamato Tile, che sarà lanciato nel 2020. Tile è un cloud tool che permette di produrre musica in collaborazione con altre persone. Grazie appunto alla sua natura cloud è in grado di tenere traccia di tutti i cambiamenti e le modifiche apportate al progetto, rendendo in questo modo la modifica e il ripristino di eventuali bozze precedenti molto più semplice e immediato, nonché disponibile ovunque e in qualsiasi momento. Secondo le loro previsioni nel 2021 il software subirà un cambiamento, passando da single mode a community mode per arrivare poi al 2025 dove Tile sarà in grado di raggiungere tutta la community della music industry.

La seconda startup ha presentato il progetto di MuSa, un software specifico per imparare a suonare uno strumento musicale. Il software è stato pensato sia per computer che per mobile, principalmente per i bambini dai 6 ai 10 anni o per chiunque voglia imparare a suonare uno strumento da zero. MuSa è innovativo rispetto agli altri software di questo tipo già presenti sul mercato perché fonde la dimensione del learning con quella del gaming. Per utilizzare MuSa infatti, ci sarà bisogno di posizionare il dispositivo vicino allo strumento musicale fisico e una volta avviato il software si aprirà un mondo magico all’interno del quale per muoversi e superare gli ostacoli sarà necessario suonare la nota giusta sullo strumento vero e proprio. La verifica sarà possibile grazie a un sistema di live feedback e grazie alle basi teoriche e di insegnamento inserite nel programma dagli insegnati di musica che stanno collaborando al progetto.

La terza startup è aNote Music: il primo Stock Market europeo per le royalties musicali. L’obiettivo principale di questo progetto è quello di creare un collegamento più diretto tra il mondo degli investitori e l’industria musicale. Si vuole introdurre un nuovo modo di gestire i diritti musicali, rendendoli merce di scambio al fine di ottenere denaro da utilizzare per finanziare i propri progetti futuri.

L’ultima startup a presentare il suo progetto è Intorno Labs che si occupa di musica immersiva realizzata con tecnologia 3D. Per farci capire meglio di cosa si trattasse, Ludovico Vignaga, ci ha portati ne La Capsula, una musicROOM con pareti di vetro installata all’interno dello spazio in cui si è tenuto l’incontro. La stanza è rettangolare con al suo interno una serie di casse posizionate in diverse parti e in diversi modi all’interno dello spazio. Ludovico ha spiegato che tale disposizione non è standard, ma ogni spazio prevede un posizionamento delle casse diverso e pensato su misura. 

Successivamente, Ludovico ci ha mostrato un software attraverso il quale è possibile manipolare il suono decidendo quale percorso dovrà seguire. Una volta stabilito questo sul computer, il suono fuoriesce dalle casse seguendo tale percorso e creando intorno all’ascoltatore una situazione di completa immersione nella musica e nello spazio. Il suono può essere gestito per fare in modo che venga percepito in diversi modi: solo a destra, solo a sinistra, che gira intorno, che arriva dall’alto…

Ludovico ha poi spiegato che questa tecnologia è già stata utilizzata in diverse situazioni, sia all’interno di festival sia per installazioni sonore. Il futuro è l’utilizzo di tale tecnologia per concerti e all’interno di club, per creare un modo totalmente nuovo di percepire la musica. Lupelli ha anche sottolineato come questo tipo di tecnologia si potrebbe rivelare molto utile per chi organizza eventi poiché aiuterebbe a risolvere il problema dell’impatto acustico, riducendolo, e permetterebbe di creare situazioni all’interno dei club nelle quali è possibile ascoltare la musica ma anche chiacchierare e socializzare, una combinazione ad oggi non così scontata.

Noi personalmente siamo rimaste molto colpite da tutte queste idee e non vediamo l’ora di assistere e fare parte del futuro dell’industria musicale.

Giorgia

PASHMAK: EVOLUZIONE E SPERIMENTAZIONE

I Pashmak sono una band milanese composta da (da sinistra a destra) Antonio Polidoro, Giuliano Pascoe, Martin Nicastro e Damon Arabsolgar.

Siamo state nello studio di Antonio e abbiamo fatto un’interessante chiacchierata con Giuliano, tra un sorso di Coca Cola e l’altro.

Ciao Giuliano, parlaci di voi: chi sono i Pashmak?

I Pashmak si sono conosciuti al liceo classico Carducci di Milano. La formazione che vedete oggi non è quella originale: all’inizio, circa una decina di anni fa, eravamo solo io e Damon insieme a Stefano Grasso alla batteria e Stefano Fiori alla chitarra e dopo qualche anno si è aggiunto anche Martin. È arrivato poi un momento in cui eravamo in cerca di un batterista e quindi Antonio è entrato a fare parte del gruppo, registrando anche i nostri primi dischi.

Io personalmente all’interno della band ho svolto un percorso sempre in divenire: all’inizio ero il chitarrista; poi ho iniziato a suonare il basso e successivamente il sintetizzatore; successivamente ho iniziato a fare musica al computer e ora dal vivo suono le tastiere. Nel gruppo però al momento il mio ruolo è quello della produzione.

Fino ad ora siamo sempre stati indipendenti su tutti i fronti ma con l’ultimo disco siamo stati contattati da Manita Dischi: erano molto interessati al progetto e ci hanno offerto la spinta per scriverlo e pubblicarlo per la loro etichetta.

Da dove nasce il nome Pashmak?

Pashmak è una parola iraniana: significa “come la lana” e tra le tante cose è anche un tipo di zucchero filato fatto a mano. Durante delle prove in cantina a casa di Damon suo padre, che è iraniano, ce ne ha portato un po’ da assaggiare e abbiamo pensato che poteva essere un bel nome per la band. Ci piace il fatto che sia una cosa delicatissima fatta a mano che si può sciogliere da un momento all’altro

Fino ad ora avete pubblicato due album e un EP. So che è un po’ come chiedere se volete più bene a mamma o a papà ma: a quale lavoro siete più affezionati?

Abbiamo sempre avuto un approccio dinamico ai nostri lavori: ci piace sperimentare e ci piace il cambiamento.

Ora come ora sono personalmente molto legato all’ultimo disco perchè lavorarci ha rappresentato una vera e propria esperienza personale e perchè è stato il primo lavoro fatto nel nuovo studio. Però anche Indigo EP ha rappresentato un bel cambiamento nel modo di lavorare: è nato in camera mia quando stavo ancora dai miei prima di avere lo studio e tutto quando ed è stato il primo lavoro con un approccio consapevolmente professionale sia nella scrittura che nella produzione. Il primo album invece è stato il grande esperimento di partenza che comunque ha dato i suoi frutti

Hai detto che vi piace sperimentare e a mio parere il video di Harp ne è la prova: come vi è venuta l’idea?

L’idea in realtà è di Laura Samani, una regista di Trieste. Laura si è innamorata del progetto e ha voluto provare a farci un video. Era una sperimentazione anche per lei perchè non aveva mai girato un video musicale. Abbiamo fatto una sessione di brainstorming a partire da una sua idea e da lì è nato il concept per la storia che si vede nel video: una situazione molto adolescenziale, un rapporto molto stretto tra due ragazzi che mette in evidenza le zone grigie di quell’età.

La vostra musica vi ha dato la possibilità di viaggiare molto: raccontaci qualcosa sui tour che avete fatto fino ad ora.

Fino ad ora abbiamo sempre fatto tour all’estero perchè per una serie di motivi non siamo mai riusciti a girare molto in Italia. Con il primo tour siamo stati in Germania, a Berlino e Lipsia. L’anno dopo ci siamo allargati in tutta Europa con circa 15 date nelle principali capitali europee (Parigi, Londra, Praga, Cracovia, Amsterdam…)

Dopo queste date siamo entrati in contatto con un’agenzia che ci ha dato un aggancio per poter suonare anche nei Balcani: siamo stati in Kossovo, in Macedonia, posti davvero interessanti nei quali nessuno avrebbe mai pensato di suonare. Sempre grazie a questa agenzia abbiamo avuto la possibilità di suonare anche in Russia: abbiamo fatto un tour invernale di due settimane con circa 15 date anche in questo caso.

Il clima era abbastanza rigido (abbiamo toccato anche i -11gradi) e noi eravamo senza macchina e con gli strumenti a carico, per cui il treno era la nostra unica opzione per poterci spostare.  Uno dei viaggi più lunghi è stato quello da Saratov a Ekaterinburg: 45 ore consecutive con fermate sporadiche di 10 minuti circa ogni 10 ore. Il lato positivo è stato che per lo meno siamo potuti stare al caldo nelle nostre cuccette. Inoltre questo viaggio ci è stato molto d’aiuto per il fatto che la sera prima della partenza, Antonio si è lussato il ginocchio ballando nel pub dove avevamo appena finito di suonare. Il dottore gli aveva ordinato due giorni di totale riposo a letto e quindi l’essere tutti bloccati su un treno per 45 ore alla fine si è rivelato utile e ci ha permesso di portare a casa il tour.

Preferisci suonare nei club o nei festival?

Questa è una bella domanda! 

Da un punto di vista un po’ “nerd-tecnico” ti direi nei club: suonare in un ambiente chiuso con un’ acustica controllata e un bell’impianto mi piace tantissimo. Durante l’estate però i festival sono il massimo: la scorsa estate abbiamo suonato in Serbia in un festival in montagna alla base di un impianto sciistico con tutta la gente sulla collina, è stato stupendo. Un altro festival che ci è piaciuto molto è stato il BAUM Festival a Bologna. Potremmo dire che sono due cose che si completano, sono stagionali: i club  per l’inverno e i festival per l’estate.

Vo siete una band italiana che canta in inglese, come mai questa scelta?

Come tanti della nostra generazione, l’inglese è sempre stato il nostro punto di riferimento perchè abbiamo sempre ascoltato musica internazionale in inglese, per cui esprimerci in questa lingua ci viene più naturale. Soprattutto Damon che scrive tutti i testi ritiene più facile esprimersi in una lingue diversa ed è più soddisfatto del risultato.

Sappiamo bene che in Italia c’è molto ostracismo nei confronti delle band che cantano in inglese. Probabilmente noi abbiamo scelto anche il periodo storico sbagliato per fare questa scelta: l’abbiamo fatto nel momento in cui si è sviluppato quello che oggi è l’italpop, quell’indie con un’attitudine pop che sta andando fortissimo. Molti amici musicisti ci dicevano che avremmo dovuto fare cose in italiano perché è la lingua madre e perché in questo modo è più facile comunicare. Noi però siamo sempre stati dell’idea che se si inizia una cosa la si porta avanti con convinzione e siccome abbiamo iniziato cantando in inglese siamo rimasti su quella strada. Ritengo sia un po’ provinciale da parte dell’Italia cantare solo in italiano perché in questo modo si finisce a fare solo musica per l’Italia senza possibilità di allargarsi altrove.

Se non aveste cantato in inglese quindi, credi che non avreste mai avuto la possibilità di viaggiare così tanto come avete fatto fino ad oggi?

No, non sarebbe stato possibile. A parte in Russia forse perchè lì hanno una fissa incredibile per gli italiani: conoscono tutte le canzoni di Toto Cutugno, Celentano, Albano, anche i giovani. Ci facevano le feste ovunque, anche se di italiano tradizionale la nostra musica ha poco. Durante i nostri tour poi, abbiamo sempre suonato davanti a pubblico locale: non ci sarebbe piaciuto andare a Berlino, Londra o chissà dove per suonare davanti a italiani.

Nella presentazione con la quale hai aperto l’intervista hai detto che oltre a suonare nei Pashmak tu sei anche produttore, anche gli altri membri portano avanti progetti paralleli?

Lavoriamo tutti nella musica.

Antonio ha uno studio di registrazione dove produce dischi.

Io ho uno studio da Antonio e come lui produco.

Martin è un violinista diplomato al conservatorio e insegna violino. Ha anche un altro progetto parallelo che si chiama Clio & Maurice. È un progetto molto interessante basato su violino e voce. È in arrivo il disco.

Anche Damon segue altri progetti: scrive musica come primo impiego e ha un gruppo che si chiama Mombao che ha già pubblicato un EP, Emigrafe. Anche questo è un progetto molto interessante basato su sintetizzatori e batteria. Dal vivo realizzano uno show prevalentemente improvvisato e molto teatrale che prende ispirazione dal teatro giapponese: sono molto intensi.

Come gestite tutti i vostri progetti personali e la band?

Andiamo a periodi alterni, poi dipende da situazione a situazione. Per fare il disco, ad esempio, avevamo messo tutti delle cose in pausa per dedicarci al cento per cento solo a quello.

E ora cosa avete in programma?

Abbiamo ancora delle date a Roma e a Marina di Romea quest’estate, poi vedremo. Ora finiamo il tour e siamo concentrati su questo.

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Giorgia

KAOS INDIA – WAVE | RECENSIONE ALBUM

Oggi, per la nostra rubrica #NewMusicDistress, vi parliamo di una band Modenese: i KAOS INDIA!

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Gruppo indie-alternative rock nato nel 2012 nell’unico vecchio complesso di grattacieli costruito negli anni ’70 a Modena. I primi tempi sono un cocktail a base di feste, notti interminabili e tanto lavoro fatto al quarto piano di un decadente palazzo con vetrate sulle luci della città. Sono anni vissuti intensamente, con la speranza che quelle luci un giorno possano accendersi su di loro. Tra il 2011 ed il 2015 realizzano due EP ed un album totalmente autoprodotti, suonano tantissimo dal vivo percorrendo migliaia di chilometri e accettando ogni tipo di ingaggio, trovandosi a suonare nelle situazioni più varie e surreali.
Nel 2017, però, qualcosa cambia: iniziano a collaborare con il produttore Pietro Foresti che li aiuta a perfezionare la propria identità di band e con cui cominciano i lavori sulle tracce che saranno contenute nel nuovo album WAVE (Universal Music Italia – 2019). Il sound che ne esce è autentico e personale, ma universalmente riconoscibile e porta la band su palchi importanti fino ad aprire un concerto dei Placebo!
I Kaos India sono formati dal front-man Mattia Camurri, dal chitarrista Fresh, dal bassista Vince Moreo e dal batterista Joe Schiaffi.

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WAVE è uscito lo scorso 2 febbraio 2019, prodotto dal già citato Pietro Foresti e distribuito da Universal Music Italia. Il quartetto di Modena si dice felice del traguardo raggiunto con questo ultimo disco, frutto di anni di incessante lavoro e contenente brani scritti dal gruppo in un periodo di importante evoluzione. A tal proposito Matt, cantante dell band, spiega: “Ci sono periodi nella vita che forzano cambiamenti. WAVE è un album che esplora gli aspetti delle relazioni interpersonali e delle forti emozioni ad esse legate, sia quelle positive che quelle negative. Se dovessi descriverlo attraverso una metafora vi inviterei ad immaginare di passeggiare sul bagnasciuga al crepuscolo, il sole è tramontato ma la luce non ha ancora ceduto completamente al buio. Le onde del mare possono accarezzarvi dolcemente la pelle nuda promettendovi che andrà tutto bene oppure, nel caso il mare (e con lui il vostro animo) sia agitato, colpirvi furiosamente fino a gettare il vostro cuore nel più profondo dei turbamenti”.

I KAOS INDIA sono sicuramente un gruppo che si distacca dalle rock band che abbiamo attualmente nel nostro Paese. Il loro sound, infatti, si avvicina molto di più a influenze che vengono da band come gli Oasis, con suoni perfetti tecnicamente che mischiano voce, chitarra, basso e batteria a testi cantati interamente in inglese. Quest’ultima caratteristica è una delle più importanti tra quelle che contraddistingue la band visto quanto poco la musica italiana azzardi con la lingua inglese e quanto il pubblico nostrano sia poco abituato ad ascoltare cose diverse linguisticamente (sul piano del rock, ovviamente).

Che dire se non che hanno tutte le carte in regola per diventare una delle band più ascoltate non solo in Italia ma anche all’estero? Qui sotto vi lasciamo il link al disco e vi consigliamo vivamente di ascoltarlo! Intanto noi non vediamo l’ora di poterli sentire live a giugno!

Link al disco: https://open.spotify.com/album/5oo14A21DG2OM7NvxhFYVJ?si=koXw3DtBTt-BhZfYkZ6G4w.

 

Tracklist:

A Second

Who Needs Who

Half

The Void

Don’t Stop

Call To Mind

Eyes 

Stay

Close 

Burn Away

 

Serena

Franco126 – Stanza Singola | Recensione Album

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Dopo l’esordio da solista di Carl Brave, adesso è il turno di Federico Bertollini, in arte Franco126, e del suo primo lavoro in studio: Stanza Singola. Sicuramente una delle novità più importanti e più attese di questo #NewMusicFriday.

Stanza Singola ha un sound che non si discosta molto da ciò che eravamo abituati a sentire dal duo trasteverino, ma che allo stesso tempo prende sempre più una direzione verso la nuova musica d’autore italiana, lasciandosi alle spalle quell’ibrido fra trap e cantautorato. Il disco è stato scritto partendo da alcune basi anonime trovate su YouTube, sulle quali Federico ha composto la melodia delle canzoni per poi riprendere tutto il materiale in studio di registrazione trasformandoli in veri e propri inediti.

Nel disco troviamo anche altri nomi della musica italiana: dal featuring con Tommaso Paradiso dei Thegiornalisti alle chitarre di Giorgio Poi su Stanza Singola, Parole Crociate, Ieri l’altro e Oi Oi.

Nonostante i progetti solisti di Carl Brave e Franco126 siano completamente diversi tra loro, è inevitabile esprimere una preferenza tra i due e la nostra va sicuramente a Franco126, che è riuscito a stupirci già dal primo ascolto!

Tracklist

San Siro
Stanza Singola
(feat. Tommaso Paradiso)
Brioschi
Fa Lo Stesso
Parole Crociate
Nuvole Di Drago
Frigobar
Oi Oi
Vabbè
Ieri L’altro

Serena

 

The 1975 – A Brief Inquiry Into Online Relationship | Recensione Album

 

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A due anni dall’uscita del loro secondo lavoro in studio, I Like It When You Sleep, for You Are So Beautiful Yet So Unaware of It, i The 1975 hanno pubblicato il loro nuovo album: A Brief Inquiry Into Online Relationship.

Uscito lo scorso 30 novembre, il disco porta un titolo che vuole essere una critica all’uso sempre più insistito dei social media, soprattutto per quanto riguarda le relazioni amorose, ponendo forte attenzione agli effetti che tutta questa tecnologia che ci circonda provoca sul mondo e sul modo in cui viviamo. Healy & friends hanno sfornato un disco che oltre a mischiare diversi generi tra loro (pop, jazz ed electro), è anche pieno di onestà verso ciò che l’eroina ha rappresentato per la vita del cantante (Love It If We Made It).

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A Brief Inquiry Into Online Relationship si apre con la solita intro The 1975 che contraddistingue tutti i precedenti lavori in studio della band, per poi proseguire con Give Yourself a Try, primo singolo rilasciato dopo la lunga pausa del gruppo e primo in cui Matty fa riferimento al suo periodo passato in rehab alle Barbados.

Andando avanti con l’ascolto troviamo TOOTIMETOOTIMETOOTIME, descritta da Matty come l’unica con ”good vibes”, How To Draw / Petrichor e Be My Mistake, canzone con cui Healy spiega che a volte commettere degli errori serve a capire ciò che davvero conta o è importante nella vita delle persone. Sincerity Is Scary ci racconta di un mondo in cui prevalgono cinismo e ironia, un mondo in cui la sincerità viene sempre più spesso messa da parte. Tra una canzone e l’altra non manca di certo qualche cenno alla politica: I Like America & America Likes Me è infatti un attacco agli Stati Uniti e al suo uso delle armi. Proseguiamo poi con The Man Who Married a Robot, una poesia declamata da Siri, Inside Your Mind e It’s Not Living (If It’s Not With You), brano stranamente allegro che descrive la lotta di Matty con la dipendenza da eroina. Il disco continua con un brano dedicato ad Angela, una ragazza ricoverata insieme a lui durante il periodo di rehab, che porta il titolo di Sorrounded by Heads and Bodies, Mine, I Couldn’t Be More in Love e I Always Wanna Die (Sometimes).

A conclusione possiamo dire che le nostre aspettative rispetto a questo album sono state del tutto soddisfatte e che non vediamo l’ora di poterli ascoltare live in Italia o in giro per l’Europa.

 

Serena

 

 

 

#NewMusicDistress: le nuove uscite della settimana

Dal grande ritorno di Salmo al nuovo album dei Thegiornalisti, questo è un #NewMusicFriday decisamente pieno di novità sia nazionali che internazionali. Scopriamo insieme quali sono!

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Le Luci della Centrale ElettricaMistica

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The ChainsmokersThis Feeling

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LorenCI SALVEREMO TUTTI

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PiottaSolo per noi 

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Noizy, GhaliParku i Lojrave 

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Serena

 

#NewMusicDistress: Edwyn Roberts e il nuovo singolo 2 Minuti di Cinema

Anche questo venerdì ci dedichiamo alle nuove uscite musicali e oggi dedichiamo questo #NewMusicDistress a Edwyn Roberts e al suo nuovo singolo, da oggi in radio, 2 Minuti di Calma.

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Crediti foto: Morning Bell

2 Minuti di Calma inaugura il percorso cantautorale di Edwyn, autore fino ad oggi conosciuto e stimato per aver co – scritto numerose hit di successo per alcuni grandi nomi della musica italiana come Laura Pausi, Malika Ayane, Arisa, Paola Turci, Giusy Ferreri e Chiara Galiazzo. 

A proposito di questo suo nuovo percorso tutto per sè, dice ”mi sono preso il tempo necessario per coltivare la mia nuova musica, perchè la fretta non porta mai al risultato migliore. Questo è anche il messaggio della canzone: non cercare di ottenere tutto e subito, assaporare le piccole cose quotidiane, convivere coi tormenti e prendersi i tempi necessari per far crescere le proprie aspirazioni.”

Il brano, a cui hanno collaborato anche Michele Zocca e Stefano Marletta, presenta delle sonorità e melodie non convenzionali che rimangono impresse già dal primo ascolto. Il brano è un invito a staccare momentaneamente la spina dal vortice della routine quotidiana per concedersi, appunto, due minuti di calma.

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Crediti foto: Morning Bell

2 Minuti di Calma è già disponibile in streaming su Spotify e in download su iTunes Store. A noi è piaciuto tanto e consigliamo a tutti di ascoltarlo!

Serena

 

Greta: Intervista alla cantautrice italo-americana del momento

Greta è una giovane cantautrice romana di origini americane di cui vi abbiamo già parlato facendo la recensione del suo primo EP, Wonderful. Io e Alessia abbiamo avuto il piacere di intervistarla e curiosare un po’ nella sua vita da musicista, con un percorso musicale tra l’Italia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti.

Buona lettura!

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Crediti foto: Morning Bell

– Come ti approcci alla scrittura e alla composizione delle tue canzoni?

G: Quando mi sento ispirata il più delle volte prendo la chitarra e nella mia camerata comincio a fare riff con la chitarra, molto casuali. Sono giri di accordi spontanei, poi comincio ad appoggiarci sopra una linea vocale ed infine nasce il testo; a volte subito, altre volte anche dopo mesi. Raramente compongo con il piano. Per il testo traggo ispirazione sia da esperienze personali sia da emozioni che mi portano ad inventare e immaginare storie sempre diverse. Tendo sempre a diversificare i contenuti e le emozioni che voglio trasmettere dalle mie canzoni e cerco sempre di metterci un po’ di mio.  

– Quanto c’è di Italia e di America nella tua musica?

G: Mia mamma, appunto, è italo-americana, ho sempre fatto avanti e indietro con gli States. Proprio per questo l’inglese è la mia seconda lingua, quella con cui scrivo le mie canzoni. Di “America” quindi c’e l’internazionalità delle mie canzoni, e la lingua ovviamente. Di “Italia” c’è la mia parte pìù europea e non nego che sto lavorando ad un progetto tutto Italiano!! 

– Stai lavorando a un vero e proprio disco?

G:  Per adesso mi sto concentrando sulla promozione e l’uscita dei singoli brani dell’EP “Wonderful” con i video musicali. Scrivo continuamente, di getto e sono molto produttiva. I pezzi per un disco non mi mancano, in questo momento però non ne sento l’esigenza. Mi piacerebbe molto in futuro, però, dar vita ad un progetto unico e completo come un album.

– Qual è la canzone che ti sta più a cuore nell’EP?

G: Domanda difficile, sono molto indecisa! La canzone che più sento dal punto di vista contenutistico è sicuramente “wonderful”, proprio per questo fa da titolo all’EP. Ma la traccia che in assoluto mi sta più a cuore tra le quattro è sicuramente “Devils”. Sento molto anche questa traccia, che descrive com’è sentirsi in una società sbagliata; una società di diavoli in questo caso, chiaramente ho enfatizzato molto. Non è sicuramente una canzone spensierata, né la più ‘potente’ dell’EP, ma l’ho scelta proprio per questa sua poca scontatezza, se così possiamo definirla.

– Come mai non hai deciso di cantare in italiano cercando di sfruttare questa ondata di successo del cosiddetto indie italiano?

G: Non sono mai stata abituata ad ascoltare musica italiana. Mio padre stesso cantava negli anni ’90 in italiano, ha fatto diversi dischi anche con il CPI. Mi ricordo però che da piccola a volte ascoltavamo artisti italiani come: Rino GaetanoFrancesco De GregoriFranco BattiatoFabrizio De Andrè. Ho avuto il piacere di aprire molte date del tour di Marina Rei e dei Tiromanicino l’estate scorsa. Girare l’Italia con loro stato è bellissimo. Fin ad ora non ho mai pensato a scrivere in italiano, e non ho voluto forzare la mano. Come ho detto prima però, sto lavorando da poco tempo a qualcosa in italiano e non vedo l’ora di poter condividere tutto!!

– Da quali artisti trai ispirazione?

G: Ogni giorno traggo ispirazione da artisti che ho sempre avuto nelle cuffiette fin da piccola, come: Joss StoneAretha FranklinNorah JonesJames BayAmy WinehouseSigur RosRadiohead. Ma anche artisti moderni ed emergenti come: Anne Marie, Dua Lipa, Jessie Reyez, Khalid, X AmbassadorsGeorge EzraKendrick Lamar. Cerco di ascoltare generi e artisti sempre diversi, per diversificare anche i mood delle mie canzoni ma anche solo per il piacere di scoprire musica nuova.

– Hai progetti per l’estate?

G: Per l’estate spero di suonare il più possibile!! Stare a contatto con il pubblico e con il palco, dà una carica e delle emozioni pazzesche. Amo realizzare sempre nuovi progetti, anche se a volte faccio fatica ad incastrare tutto con la scuola. Come ho detto prima per adesso stiamo seguendo il video di “Wonderful”, ma molto molto presto ci saranno novità in arrivo ed usciranno nuovi contenuti per l’estate che non vedo l’ora di condividere, ma ora non posso dire nulla. (Indizio: farà parte di questo EP).

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Crediti foto: Morning Bell

Noi personalmente non vediamo l’ora di scoprire quali novità ci riserverà Greta e voi? 😉

Serena e Alessia