KAOS INDIA LIVE – VIDEO INTERVISTA

Tempo fa vi avevamo parlato di una band modenese, i KAOS INDIA, e lo scorso sabato 22 giugno siamo andate a Sassuolo, al Rometta Music Festival, per sentirli suonare dal vivo e scambiarci quattro chiacchiere così da farveli conoscere meglio.

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Crediti foto: Serena Casella

Non ci resta che augurarvi buona visione e buona lettura per chi fosse troppo pigro da aprire il video! 😉

Presentatevi.

Francesco: Quattro stronzi: i KAOS INDIA.

Com’è nato il nome KAOS INDIA?

Mattia: KAOS viene un po’ dalla nostra visione di gruppo musicale: noi siamo prima di tutto amici, quattro persone che vogliono vivere il caos di questo mondo, caos che può essere anche positivo da cui possono nascere cose positive e di cui non bisogna avere paura. INDIA, invece, è il nome di un ostello che si trova tuttora a New Orleans in cui io mi fermai tanti anni fa, un viaggio in cui mi trovavo da solo. Viaggio che feci per crescere come essere umano e questa tappa in particolare fu quella che mi permise di iniziare a vivere positivamente il viaggio che stavo affrontando. Abbiamo deciso di utilizzare questo nome come buon auspicio.

Da quanto è che siete amici?

Siamo amici da una vita, già da prima di formare la band. Ognuno di noi aveva già altri progetti e ad un certo punto c’è stato un momento che ha dato vita a tutto: la laurea del chitarrista, di Francesco. Abbiamo fatto una jam session, alimentata da gin tonic e birrette, in un sotterraneo di un palazzo a Modena e in quel momento lì sono nati i KAOS INDIA.

Voi siete completamente fuori da quello che è l’indie italiano (se così si può chiamare) che va tanto di moda adesso. Cosa ne pensate di questa ondata di musica italiana e di quelle band che si distaccano da essa per non farsi etichettare?

È sicuramente una cosa positiva perché ha portato molti giovani ai concerti, tanta gente adesso scopre nuove band e vanno ai concerti. Noi siamo fuori e diciamo che ce ne siamo un po’ fatti una ragione. Ci sono molte copie, molti artisti che si sono lanciati in quel genere solo per poterne cavalcare l’onda. Unica cosa: secondo noi dovrebbe esserci più spazio per tutti. In questo momento nella musica italiana c’è molta esclusività ed è un atteggiamento sbagliato. Detto questo noi ascoltiamo molte band italiane e le rispettiamo.

Uno di questi artisti che vi piace particolarmente?

Vincenzo: nell’it-pop io dico Calcutta e Thegiornalisti.

Francesco: Motta.

Artisti internazionali a cui siete legati?

Arctic Monkeys, Kings of Leon, Oasis…

All’estero come andate?

Molto bene! Abbiamo fatto delle date nell’est Europa (Serbia, Slovacchia, Polonia…) e ci siamo divertiti davvero molto.

Come nasce la vostra musica?

Noi suoniamo tantissimo in sala prove, facciamo tantissime prove in cui suoniamo insieme e cerchiamo di buttare giù nuove idee. Da lì poi nascono le strutture dei pezzi e spesso è Francesco che arriva in sala con delle idee nuove, poi ci sediamo insieme e buttiamo giù delle bozze di testo. In generale siamo molto precisi e lavoriamo tutti e quattro per tantissimo tempo su ogni brano.

Quanto ci avete messo a realizzare l’ultimo disco, Wave?

Un paio d’anni. Tra scrittura, registrazione e trovare un partner per farlo uscire. Quasi un anno solo per trovare il contatto con Universal per poi farlo uscire ed è stato davvero difficile.

Canzone dell’album a cui siete più legati?

Vincenzo: È dura perché va molto a momenti e personalità.

Mattia: Io sicuramente sono molto legato ad Half perché fa parte di quell’irrequietezza non solo del musicista, ma dell’animo umano, a quella ossessione e ricerca di una parte di noi stessi.

Modena cosa rappresenta per voi?

A Modena nasce tutto. È la città che amiamo, che alcune volte ci ha fatto anche soffrire, ma è sempre la nostra casa e in qualche modo anche la nebbia ha plasmato la nostra musica. È la nostra croce e la nostra delizia. È quel posto che quando sei adolescente ti sta stretto e poi dopo crescendo la rivaluti e inevitabilmente la ami.

Vincenzo:Io sono nato a Foggia, ma Modena la sento mia, ci sono tante cose e tante persone che mi fanno sentire a casa. È quasi un riparo.

Avete già iniziato a scrivere altro o siete fermi al momento?

Abbiamo già scritto metà album.

Tour?

Abbiamo diverse date, tra cui il Pistoia Blues domenica 7 luglio 2019 che è la più importante.

 

Serena

 

PASHMAK: EVOLUZIONE E SPERIMENTAZIONE

I Pashmak sono una band milanese composta da (da sinistra a destra) Antonio Polidoro, Giuliano Pascoe, Martin Nicastro e Damon Arabsolgar.

Siamo state nello studio di Antonio e abbiamo fatto un’interessante chiacchierata con Giuliano, tra un sorso di Coca Cola e l’altro.

Ciao Giuliano, parlaci di voi: chi sono i Pashmak?

I Pashmak si sono conosciuti al liceo classico Carducci di Milano. La formazione che vedete oggi non è quella originale: all’inizio, circa una decina di anni fa, eravamo solo io e Damon insieme a Stefano Grasso alla batteria e Stefano Fiori alla chitarra e dopo qualche anno si è aggiunto anche Martin. È arrivato poi un momento in cui eravamo in cerca di un batterista e quindi Antonio è entrato a fare parte del gruppo, registrando anche i nostri primi dischi.

Io personalmente all’interno della band ho svolto un percorso sempre in divenire: all’inizio ero il chitarrista; poi ho iniziato a suonare il basso e successivamente il sintetizzatore; successivamente ho iniziato a fare musica al computer e ora dal vivo suono le tastiere. Nel gruppo però al momento il mio ruolo è quello della produzione.

Fino ad ora siamo sempre stati indipendenti su tutti i fronti ma con l’ultimo disco siamo stati contattati da Manita Dischi: erano molto interessati al progetto e ci hanno offerto la spinta per scriverlo e pubblicarlo per la loro etichetta.

Da dove nasce il nome Pashmak?

Pashmak è una parola iraniana: significa “come la lana” e tra le tante cose è anche un tipo di zucchero filato fatto a mano. Durante delle prove in cantina a casa di Damon suo padre, che è iraniano, ce ne ha portato un po’ da assaggiare e abbiamo pensato che poteva essere un bel nome per la band. Ci piace il fatto che sia una cosa delicatissima fatta a mano che si può sciogliere da un momento all’altro

Fino ad ora avete pubblicato due album e un EP. So che è un po’ come chiedere se volete più bene a mamma o a papà ma: a quale lavoro siete più affezionati?

Abbiamo sempre avuto un approccio dinamico ai nostri lavori: ci piace sperimentare e ci piace il cambiamento.

Ora come ora sono personalmente molto legato all’ultimo disco perchè lavorarci ha rappresentato una vera e propria esperienza personale e perchè è stato il primo lavoro fatto nel nuovo studio. Però anche Indigo EP ha rappresentato un bel cambiamento nel modo di lavorare: è nato in camera mia quando stavo ancora dai miei prima di avere lo studio e tutto quando ed è stato il primo lavoro con un approccio consapevolmente professionale sia nella scrittura che nella produzione. Il primo album invece è stato il grande esperimento di partenza che comunque ha dato i suoi frutti

Hai detto che vi piace sperimentare e a mio parere il video di Harp ne è la prova: come vi è venuta l’idea?

L’idea in realtà è di Laura Samani, una regista di Trieste. Laura si è innamorata del progetto e ha voluto provare a farci un video. Era una sperimentazione anche per lei perchè non aveva mai girato un video musicale. Abbiamo fatto una sessione di brainstorming a partire da una sua idea e da lì è nato il concept per la storia che si vede nel video: una situazione molto adolescenziale, un rapporto molto stretto tra due ragazzi che mette in evidenza le zone grigie di quell’età.

La vostra musica vi ha dato la possibilità di viaggiare molto: raccontaci qualcosa sui tour che avete fatto fino ad ora.

Fino ad ora abbiamo sempre fatto tour all’estero perchè per una serie di motivi non siamo mai riusciti a girare molto in Italia. Con il primo tour siamo stati in Germania, a Berlino e Lipsia. L’anno dopo ci siamo allargati in tutta Europa con circa 15 date nelle principali capitali europee (Parigi, Londra, Praga, Cracovia, Amsterdam…)

Dopo queste date siamo entrati in contatto con un’agenzia che ci ha dato un aggancio per poter suonare anche nei Balcani: siamo stati in Kossovo, in Macedonia, posti davvero interessanti nei quali nessuno avrebbe mai pensato di suonare. Sempre grazie a questa agenzia abbiamo avuto la possibilità di suonare anche in Russia: abbiamo fatto un tour invernale di due settimane con circa 15 date anche in questo caso.

Il clima era abbastanza rigido (abbiamo toccato anche i -11gradi) e noi eravamo senza macchina e con gli strumenti a carico, per cui il treno era la nostra unica opzione per poterci spostare.  Uno dei viaggi più lunghi è stato quello da Saratov a Ekaterinburg: 45 ore consecutive con fermate sporadiche di 10 minuti circa ogni 10 ore. Il lato positivo è stato che per lo meno siamo potuti stare al caldo nelle nostre cuccette. Inoltre questo viaggio ci è stato molto d’aiuto per il fatto che la sera prima della partenza, Antonio si è lussato il ginocchio ballando nel pub dove avevamo appena finito di suonare. Il dottore gli aveva ordinato due giorni di totale riposo a letto e quindi l’essere tutti bloccati su un treno per 45 ore alla fine si è rivelato utile e ci ha permesso di portare a casa il tour.

Preferisci suonare nei club o nei festival?

Questa è una bella domanda! 

Da un punto di vista un po’ “nerd-tecnico” ti direi nei club: suonare in un ambiente chiuso con un’ acustica controllata e un bell’impianto mi piace tantissimo. Durante l’estate però i festival sono il massimo: la scorsa estate abbiamo suonato in Serbia in un festival in montagna alla base di un impianto sciistico con tutta la gente sulla collina, è stato stupendo. Un altro festival che ci è piaciuto molto è stato il BAUM Festival a Bologna. Potremmo dire che sono due cose che si completano, sono stagionali: i club  per l’inverno e i festival per l’estate.

Vo siete una band italiana che canta in inglese, come mai questa scelta?

Come tanti della nostra generazione, l’inglese è sempre stato il nostro punto di riferimento perchè abbiamo sempre ascoltato musica internazionale in inglese, per cui esprimerci in questa lingua ci viene più naturale. Soprattutto Damon che scrive tutti i testi ritiene più facile esprimersi in una lingue diversa ed è più soddisfatto del risultato.

Sappiamo bene che in Italia c’è molto ostracismo nei confronti delle band che cantano in inglese. Probabilmente noi abbiamo scelto anche il periodo storico sbagliato per fare questa scelta: l’abbiamo fatto nel momento in cui si è sviluppato quello che oggi è l’italpop, quell’indie con un’attitudine pop che sta andando fortissimo. Molti amici musicisti ci dicevano che avremmo dovuto fare cose in italiano perché è la lingua madre e perché in questo modo è più facile comunicare. Noi però siamo sempre stati dell’idea che se si inizia una cosa la si porta avanti con convinzione e siccome abbiamo iniziato cantando in inglese siamo rimasti su quella strada. Ritengo sia un po’ provinciale da parte dell’Italia cantare solo in italiano perché in questo modo si finisce a fare solo musica per l’Italia senza possibilità di allargarsi altrove.

Se non aveste cantato in inglese quindi, credi che non avreste mai avuto la possibilità di viaggiare così tanto come avete fatto fino ad oggi?

No, non sarebbe stato possibile. A parte in Russia forse perchè lì hanno una fissa incredibile per gli italiani: conoscono tutte le canzoni di Toto Cutugno, Celentano, Albano, anche i giovani. Ci facevano le feste ovunque, anche se di italiano tradizionale la nostra musica ha poco. Durante i nostri tour poi, abbiamo sempre suonato davanti a pubblico locale: non ci sarebbe piaciuto andare a Berlino, Londra o chissà dove per suonare davanti a italiani.

Nella presentazione con la quale hai aperto l’intervista hai detto che oltre a suonare nei Pashmak tu sei anche produttore, anche gli altri membri portano avanti progetti paralleli?

Lavoriamo tutti nella musica.

Antonio ha uno studio di registrazione dove produce dischi.

Io ho uno studio da Antonio e come lui produco.

Martin è un violinista diplomato al conservatorio e insegna violino. Ha anche un altro progetto parallelo che si chiama Clio & Maurice. È un progetto molto interessante basato su violino e voce. È in arrivo il disco.

Anche Damon segue altri progetti: scrive musica come primo impiego e ha un gruppo che si chiama Mombao che ha già pubblicato un EP, Emigrafe. Anche questo è un progetto molto interessante basato su sintetizzatori e batteria. Dal vivo realizzano uno show prevalentemente improvvisato e molto teatrale che prende ispirazione dal teatro giapponese: sono molto intensi.

Come gestite tutti i vostri progetti personali e la band?

Andiamo a periodi alterni, poi dipende da situazione a situazione. Per fare il disco, ad esempio, avevamo messo tutti delle cose in pausa per dedicarci al cento per cento solo a quello.

E ora cosa avete in programma?

Abbiamo ancora delle date a Roma e a Marina di Romea quest’estate, poi vedremo. Ora finiamo il tour e siamo concentrati su questo.

Pashmak su Spotify

Pashmak sui social: Facebook, Instagram

Giorgia

IL RITORNO DEI LOST | INTERVISTA ALLA BAND VICENTINA

Con l’uscita del nuovo singolo e del loro ritorno sulla scena musicale abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con la band che ha segnato la nostra adolescenza e siamo davvero contente del risultato e di ciò che ci hanno raccontato.

Non ci resta che augurarvi una buona lettura!

Crediti foto: LOST – Ufficio Stampa

Per cominciare: come vi presentereste a quella generazione che non vi conosce e che non è cresciuta guardando TRL?

Personalmente non mi è mai piaciuto dovermi presentare, forse perchè ho sempre avuto paura di non essere obiettivo. Preferisco lasciare che sia la nostra musica a parlare per noi, per ciò che siamo stati e ciò che rappresentiamo ora.

Cosa vi ha spinti a tornare sulle scene dopo quasi 10 anni dal vostro ultimo disco?

Quando inizi un cammino come quello dei Lost, difficilmente riesci a restarci lontano. Ogni giorno pensi a tutto quello che ti ha dato e dove potrebbe portarti ancora. Senti che nella tua vita manca qualcosa che fino a poco prima era l’essenza delle tue giornate. Credo che, in maniera inconsapevole, io e i ragazzi sapevamo già che un giorno le nostre strade si sarebbero incrociate di nuovo. Il palco non ha mai smesso di chiamarci.

Il 2009 per voi, come per band come i Finley o i Dari, è stato forse il periodo di massimo successo: cosa vi manca di più di quegli anni?

In quel periodo, per il genere musicale che amavo e suonavo, la scena italiana e internazionale era nel massimo splendore e progrediva sugli stessi binari. Il web era un’alternativa e non una cosa essenziale nella vita di tutti. La musica non aveva una scadenza di qualche settimana e i video musicali li aspettavi e te li godevi ancora in Tv. Ora tutto è più veloce, ci sono troppi social e il pubblico è sparso nella giungla di internet e c’è il rischio di affezionarsi meno alle cose.

Come è cambiata l’industria discografica per un artista rispetto a quando avete debuttato con il primo disco?

Sicuramente il web ha stravolto l’intero ecosistema sui cui si basava l’industria discografica. Da un lato ha dato molte più possibilità ai giovani artisti di emergere e farsi notare ma dall’altro lato c’è molta più competizione. Il mercato porta la musica a dover essere consumata molto più velocemente e l’artista non può più permettersi il lusso di far aspettare il proprio pubblico per troppo tempo come capitava prima.

 

Una canzone buona, il vostro nuovo singolo, racconta di una generazione segnata dalle paure e dalle ambizioni. Quali sono le vostre?

La nostra generazione si trova di fronte ad un futuro incerto, con tanti quesiti e poco tempo per trovare delle risposte. Abbiamo paure che nascondiamo dietro a dei post fingendo un sorriso posato, incalzati dal raggiungere la vita perfetta mostrata dall’influencer di turno. Sembra una gara a chi ha di più e nel frattempo dobbiamo fare i conti anche con un pianeta che sta chiedendo aiuto e noi che facciamo ancora troppo poco per salvarlo.

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Crediti foto: LOST – Instagram

Com’è nata la canzone? Qualche aneddoto speciale?

Dopo che abbiamo deciso di rimettere in piedi il progetto, abbiamo iniziato a scrivere molto materiale, ma più scrivevamo e più non eravamo convinti di ciò che avevamo tra le mani. Poi una sera, senza cercarla, è nata nella mia testa la melodia di “Una canzone buona” e nel giro di un paio di giorni era pronta. Una canzone che rispecchia ciò che siamo ora.

Un aneddoto speciale? Abbiamo deciso di far uscire il singolo lo stesso giorno in cui uscì nel 2009 “Sospeso”, il nostro secondo disco.

Sono cambiati i vostri riferimenti musicali negli anni oppure no?

I nostri gusti musicali sono sempre in continua evoluzione ed è una fortuna perchè questo ci permette di scrivere musica senza vincoli.

Avete un nuovo disco in cantiere?

Al momento nessun disco, ma tanto materiale tra le mani. Perciò non vediamo l’ora di far uscire nuova musica al più presto.

Cosa vi aspettate dal futuro?

Il nostro obiettivo è portare in giro il nostro show, la nostra musica, portare alla gente la dimensione che più amiamo ovvero quella dei live.

Per finire: ci raccontate un ricordo speciale degli anni di MTV che avete come band?

Vincere un premio agli Mtv Europe Music Awards è stato un momento che se ci ripenso ancora non mi sembra vero. Ritrovarsi a Berlino seduti a fianco di Dave Grohl e poi prendere l’ascensore insieme a Katy perry non è una cosa che ti capita tutti i giorni.

 

 

Serena, Alessia, Giorgia

KAOS INDIA – WAVE | RECENSIONE ALBUM

Oggi, per la nostra rubrica #NewMusicDistress, vi parliamo di una band Modenese: i KAOS INDIA!

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Gruppo indie-alternative rock nato nel 2012 nell’unico vecchio complesso di grattacieli costruito negli anni ’70 a Modena. I primi tempi sono un cocktail a base di feste, notti interminabili e tanto lavoro fatto al quarto piano di un decadente palazzo con vetrate sulle luci della città. Sono anni vissuti intensamente, con la speranza che quelle luci un giorno possano accendersi su di loro. Tra il 2011 ed il 2015 realizzano due EP ed un album totalmente autoprodotti, suonano tantissimo dal vivo percorrendo migliaia di chilometri e accettando ogni tipo di ingaggio, trovandosi a suonare nelle situazioni più varie e surreali.
Nel 2017, però, qualcosa cambia: iniziano a collaborare con il produttore Pietro Foresti che li aiuta a perfezionare la propria identità di band e con cui cominciano i lavori sulle tracce che saranno contenute nel nuovo album WAVE (Universal Music Italia – 2019). Il sound che ne esce è autentico e personale, ma universalmente riconoscibile e porta la band su palchi importanti fino ad aprire un concerto dei Placebo!
I Kaos India sono formati dal front-man Mattia Camurri, dal chitarrista Fresh, dal bassista Vince Moreo e dal batterista Joe Schiaffi.

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WAVE è uscito lo scorso 2 febbraio 2019, prodotto dal già citato Pietro Foresti e distribuito da Universal Music Italia. Il quartetto di Modena si dice felice del traguardo raggiunto con questo ultimo disco, frutto di anni di incessante lavoro e contenente brani scritti dal gruppo in un periodo di importante evoluzione. A tal proposito Matt, cantante dell band, spiega: “Ci sono periodi nella vita che forzano cambiamenti. WAVE è un album che esplora gli aspetti delle relazioni interpersonali e delle forti emozioni ad esse legate, sia quelle positive che quelle negative. Se dovessi descriverlo attraverso una metafora vi inviterei ad immaginare di passeggiare sul bagnasciuga al crepuscolo, il sole è tramontato ma la luce non ha ancora ceduto completamente al buio. Le onde del mare possono accarezzarvi dolcemente la pelle nuda promettendovi che andrà tutto bene oppure, nel caso il mare (e con lui il vostro animo) sia agitato, colpirvi furiosamente fino a gettare il vostro cuore nel più profondo dei turbamenti”.

I KAOS INDIA sono sicuramente un gruppo che si distacca dalle rock band che abbiamo attualmente nel nostro Paese. Il loro sound, infatti, si avvicina molto di più a influenze che vengono da band come gli Oasis, con suoni perfetti tecnicamente che mischiano voce, chitarra, basso e batteria a testi cantati interamente in inglese. Quest’ultima caratteristica è una delle più importanti tra quelle che contraddistingue la band visto quanto poco la musica italiana azzardi con la lingua inglese e quanto il pubblico nostrano sia poco abituato ad ascoltare cose diverse linguisticamente (sul piano del rock, ovviamente).

Che dire se non che hanno tutte le carte in regola per diventare una delle band più ascoltate non solo in Italia ma anche all’estero? Qui sotto vi lasciamo il link al disco e vi consigliamo vivamente di ascoltarlo! Intanto noi non vediamo l’ora di poterli sentire live a giugno!

Link al disco: https://open.spotify.com/album/5oo14A21DG2OM7NvxhFYVJ?si=koXw3DtBTt-BhZfYkZ6G4w.

 

Tracklist:

A Second

Who Needs Who

Half

The Void

Don’t Stop

Call To Mind

Eyes 

Stay

Close 

Burn Away

 

Serena

”MI AMI, TI AMO” – RECENSIONE CONCERTO 2019

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Crediti foto: MI AMI Festival – FB

Come ormai la maggior parte di voi saprà, da 15 anni a questa parte al Magnolia di Milano si tiene il MI AMI Festival, il festival della musica bella e dei baci.

Lo slogan dell’edizione di quest’anno è stato AMOR VINCIT OMNIA, un’esplicita ode alla potenza dell’amore in tutte le sue forme, compreso quello per la musica.

Il festival è durato dal 24 al 26 Maggio 2019 e, nonostante le avverse previsioni meteorologiche che annunciavano pioggia, temporali e tempeste, sono stati tre giorni asciutti all’insegna del divertimento e dello stare in compagnia, tanto delle persone come della musica.

La line-up era ricchissima sia di nomi ormai già grandi, come Mahmood, Fast Animals and Slow Kids, Motta, Nitro, Ensi, Luca Carboni, Franco 126 e Coma Cose, sia di artisti emergenti come Chadia Rodriguez, Myss Keta, La Rappresentante di ListaI Hate My Village e molti altri! (Per la line-up completa vedi https://www.miamifestival.it/2019/programma.php)

Non possedendo ancora il dono dell’ubiquità non è stato possibile assistere alle performance di tutti gli artisti presenti al festival, ma quelle scelte sono state assolutamente più che soddisfacenti.

Da novizia della scena indie italiana, sono rimasta molto sorpresa da come anche un tipo di musica che alle mie orecchie sembrava banale e senza significato, sia stata in grado di muovermi e di intrattenermi per tre giorni interi. Se dovessi scegliere le mie tre esibizioni preferite sicuramente farei i nomi di: Mahmood, Fast Animals and Slow Kids e Myss Keta. Il primo perchè la mia anima pop non ha potuto resistere ad un’esibizione così pazzesca: Alessandro tiene il palco in modo naturale, ha una voce strepitosa ed è sicuramente all’altezza della sua vittoria a Sanremo e del suo secondo posto all’Eurovision Song Contest. Inoltre ha arricchito la sua performance invitando sul palco Sfera Ebbasta per Calipso, e Gué Pequeno per duettare su Soldi

I FASK sono stati la mia personale rivelazione di questo festival: se dopo aver ascoltato sotto consiglio (o per meglio dire obbligo) di un’amica il loro ultimo album ne ero rimasta piacevolmente sorpresa, la loro esibizione live mi ha rubato il cuore rendendomi pronta a seguirli in giro per l’Italia senza se e senza ma! Sul palco hanno una carica incredibile, Aimone (il cantante) particolarmente, e con il loro stile rock n’roll interagiscono e intrattengono il pubblico non lasciando altra opzione se non quella di saltare e cantare insieme, facendo passare in secondo piano anche gli evidenti problemi di volume che si sono presentati quella sera

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Crediti foto: MI AMI Festival – FB

Ultima, ma non per importanza, l’esibizione di Myss Keta.

Lo ammetto, non ero per niente convinta di volerla vedere dal vivo: il suo album mi ha lasciata molto perplessa e l’ho trovato abbastanza scadente, ma non appena la Myss è salita sul palco esordendo con un semplice “ciao Milano”, sono stata conquistata. Nonostante i testi delle sue canzoni siano come si dice oggi, “trash”, Myss Keta Ã¨ una vera e propria entertainer: durante la sua ora sul palco ci ha fatti ballare, cantare, ridere e ci ha portato anche degli ospiti d’eccezione tra cui Elodie e di nuovo Gué e lo stesso Mahmood. È stato un concerto molto piacevole che mi ha fatto ricredere su di lei come artista.

Insieme a tutto questo, bisogna anche sottolineare l’incredibile atmosfera che si respira solo passeggiando all’interno del parco che ospita il festival: è un ambiente familiare, anche per chi ci mette piede per la prima volta, ci si sente circondati da vecchi amici con i quali prendere una birra e fare due chiacchiere.

Il fatto che oltre alla musica fossero presenti anche artisti, grafici, letture di poesie, talks e attività culturali, rende l’ambiente del MI AMI pluritematico e stimolante, senza lasciare il minimo spazio alla noia. (Per la lista completa degli artisti di MI PARLI e MI FAI visitate il sito ufficiale del festival – https://www.miamifestival.it/2019/index.php)

Mi ritengo molto soddisfatta della mia prima esperienza a questo festival e ci sono ottime possibilità che il prossimo anno ricada nell’acquisto dell’abbonamento, anche perchè i braccialetti riservati agli abbonati sono davvero molto carini.

Giorgia

#NewMusicDistres: le novità musicali della settimana

E come ogni venerdì eccoci qui con una carrellata di canzoni uscite oggi e durante l’ultima settimana! 😉

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Crediti foto: Pinguini Tattici Nucleari (Facebook) 

VerduraPinguini Tattici Nucleari 

Stanza SingolaFranco126 ft. Tommaso Paradiso

Sentimento esteroLo Stato Sociale

E’ sempre belloCoez

7 ringsAriana Grande

Almost (Sweet Music)Hozier 

Land Of The FreeThe Killers

 

Buon ascolto!

Serena

The 1975 – A Brief Inquiry Into Online Relationship | Recensione Album

 

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A due anni dall’uscita del loro secondo lavoro in studio, I Like It When You Sleep, for You Are So Beautiful Yet So Unaware of It, i The 1975 hanno pubblicato il loro nuovo album: A Brief Inquiry Into Online Relationship.

Uscito lo scorso 30 novembre, il disco porta un titolo che vuole essere una critica all’uso sempre più insistito dei social media, soprattutto per quanto riguarda le relazioni amorose, ponendo forte attenzione agli effetti che tutta questa tecnologia che ci circonda provoca sul mondo e sul modo in cui viviamo. Healy & friends hanno sfornato un disco che oltre a mischiare diversi generi tra loro (pop, jazz ed electro), è anche pieno di onestà verso ciò che l’eroina ha rappresentato per la vita del cantante (Love It If We Made It).

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A Brief Inquiry Into Online Relationship si apre con la solita intro The 1975 che contraddistingue tutti i precedenti lavori in studio della band, per poi proseguire con Give Yourself a Try, primo singolo rilasciato dopo la lunga pausa del gruppo e primo in cui Matty fa riferimento al suo periodo passato in rehab alle Barbados.

Andando avanti con l’ascolto troviamo TOOTIMETOOTIMETOOTIME, descritta da Matty come l’unica con ”good vibes”, How To Draw / Petrichor e Be My Mistake, canzone con cui Healy spiega che a volte commettere degli errori serve a capire ciò che davvero conta o è importante nella vita delle persone. Sincerity Is Scary ci racconta di un mondo in cui prevalgono cinismo e ironia, un mondo in cui la sincerità viene sempre più spesso messa da parte. Tra una canzone e l’altra non manca di certo qualche cenno alla politica: I Like America & America Likes Me è infatti un attacco agli Stati Uniti e al suo uso delle armi. Proseguiamo poi con The Man Who Married a Robot, una poesia declamata da Siri, Inside Your Mind e It’s Not Living (If It’s Not With You), brano stranamente allegro che descrive la lotta di Matty con la dipendenza da eroina. Il disco continua con un brano dedicato ad Angela, una ragazza ricoverata insieme a lui durante il periodo di rehab, che porta il titolo di Sorrounded by Heads and Bodies, Mine, I Couldn’t Be More in Love e I Always Wanna Die (Sometimes).

A conclusione possiamo dire che le nostre aspettative rispetto a questo album sono state del tutto soddisfatte e che non vediamo l’ora di poterli ascoltare live in Italia o in giro per l’Europa.

 

Serena

 

 

 

#NewMusicDistress: Red Bricks Foundation

Se avete seguito le audizioni di X-Factor 12, i relativi Bootcamp e Home Visit, sapete sicuramente di chi stiamo parlando. In caso contrario, ve lo diciamo noi!

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I Red Bricks Foundation sono una giovane band romana formata da Lorenzo Sutto (frontman e cantante), Claudio Cossu (chitarra), Marco Cilo (basso) e Jacopo Corbari (batteria). Il loro nome deriva da una storia che il frontman visse in prima persona: tutti i giorni percorreva la stessa strada piena di mattoni rossi per raggiungere l’ex bassista della band. Figli del genere indie rock britannico, ci hanno subito colpito e spinte ad ascoltare i due singoli presenti su Spotify, I Wanna Play with Your Heart (in fondo potete trovare il video della canzone) e She Wants Revenge.

Il loro stile ricorda molto quello dei The Verve e degli Arctic Monkeys e il frontman Lorenzo sembra il figlio di Mick Jagger. Stile che non sorprende visti i gruppi da cui prendono ispirazione: Arctic Monkeys per l’appunto, The Strokes, Miles Kane, The Fratellis, Kasabian, Pink Floyd e Oasis.

Stile British che viene molto probabilmente dal periodo in cui Lorenzo visse in Inghilterra lavorando come modello.

Abbiamo grandi speranze per loro e non vediamo l’ora di vedere come si comporteranno e cosa ci riserveranno sotto la guida del nuovo giudice Lodo Guenzi de Lo Stato Sociale.

 

Serena